Marilyn | Recensione

MARILYN (MY WEEK WITH MARILYN, G.B., 2011) di Simon Curtis, con Michelle Williams, Eddie Redmayne, Kenneth Branagh, Judi Dench, Julia Ormond, Dominic Cooper, Emma Watson, Dougray Scott, Toby Jones, Derek Jacobi, Zoe Wanamaker. Biografico commedia drammatico. ***

Il principe, la ballerina e io, come recita il titolo italiano del libro a cui questa sorridente e malinconica commedia biografico, scritto dal terzo assistente alla regia del film Il principe e la ballerina ed incentrato sul legame tra egli stesso e la divina Marilyn. In quell’io c’è tutto: il protagonista, Colin Clark (interpretato con tenera abilità da Eddie Redmayne), è il mondo ai piedi della diva, è il pubblico di ieri, oggi e domani (perché Marilyn è come la Gioconda, eterna, palese e al contempo misteriosa icona di un tempo irripetibile) che s’invaghisce di un’immagine mozzafiato per poi innamorarsi di una persona che è l’esatto opposto di come appare.

In sintesi, Colin siamo noi e il film, al di là della verità, è la favola di uno come tanti alle prese con la storia della vita di cui è impossibile liberarsi per l’evidente necessità dei ricordi felici. Ancor più esplicito del fin troppo vago titolo italiano, My Week with Marilyn esprime proprio la caducità del tempo, labile e sfuggente, indimenticabile e struggente. Che dolce disperazione è il primo amore, caro Colin, ammonisce materna la grande attrice shakespeariana Dame Sybil Thorndike (la sempre smisurata Judi Dench).

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Specie se poi il primo amore è l’oggetto del desiderio per eccellenza, larger than life e ben poco gestibile nonostante la calma apparente. Con lo spirito del romanzetto di formazione sentimentale, Marilyn si pone come una classica storia di scoperta dell’amore con l’originalità del contatto col mito, ma tutto sommato abbastanza convenzionale per quanto simpatica e coinvolgente ed attraversata dalla inquieta ombra del destino della sfortunata attrice.

C’è poi un altro livello con cui si può leggere Marilyn, ed è dal punto di vista di Sir Laurence Oliver, che all’epoca (siamo nel 1957) era considerato il più grande attore del mondo. Olivier detesta il cinema, lo sfrutta per farsi conoscere (è un narcisista), per scopi alimentari (quella tipica spocchiosità di molti interpreti inglesi di reputare il cinema un’arte di seconda mano rispetto al dio teatro) e per divertirsi.

Il principe e la ballerina lo realizza per due motivi fondamentali: uscire con una commedia brillante e leggerissima, buona per tutti i mercati; e, soprattutto, Marilyn. Vivien Leigh (una tormentata Julia Ormond), sua moglie e già partner teatrale del marito nel ruolo ora affidato alla Monroe, lo sa e ne soffre.

In Marilyn viene messa in scena la guerra tra due modi di concepire l’arte della recitazione: da una parte c’è la tradizione, incarnata sia dall’intransigente Olivier che dalla più malleabile Dame Sybill, che ha costruito la propria esperienza sulle tavole dei palcoscenici e vive il ruolo come un vestito di cui disfarsi dopo lo spettacolo; dall’altra parte c’è il Metodo delle scuole di recitazione, rappresentato qui da Paula Strasberg, moglie di Lee e maestra di Marilyn, lo Stanislavskij, l’Actor’s Studio, un mondo che ha prodotto attori votati al lavoro psicologico su se stessi.

Lo stesso Olivier odia il Metodo da quando Vivien Leigh fu diretta da Elia Kazan in Un tram che si chiama Desiderio. Oltre alla storia d’amore di cui si parlava prima, Marilyn è lo scontro tra due modi di vedere la vita, tra due concezioni di mondo, per quanto questo aspetto passi in secondo piano rispetto alla palese fonte di interesse dell’opera (il rapporto tra la Monroe e Colin).

Più che convincente, quello di Simon Curtis è un film riuscito perché risponde agli obiettivi che si era posto al principio, più ruffiano che bello perché accontenta sia gli appassionati del museo delle cere e della tappezzeria di lusso che coloro più interessati all’approfondimento di ogni tipo (sentimentale o cinematografico o tecnico), più britannico di quel che può sembrare per diligenza, cura ed eleganza.

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Scritto più che dignitosamente da Adrian Hodges, con una manciata di battute fulminanti come solo gli inglesi sanno essere e una pulizia e una limpidezza nei dialoghi non indifferente (intendiamoci, non siamo nei pressi di un capolavoro, ma di quel classico film medio da evasione intelligente di cui solo dio sa quanto abbiamo bisogno), e con un reparto tecnico abbastanza gradevole, è però soprattutto un film d’attori in cui, a parte i citati Dench, Redmayne e Ormond hanno spazio deliziosi comprimari come Toby Jones, Derek Jacobi e Zoe Wanamaker, e regnano sovrani i due straripanti protagonisti (entrambi nominati, invano, agli Oscar).

Kenneth Branagh (sulla cui performance si è un po’ taciuto in favore della sua partner) è l’ovvio e naturale interprete del maestro, di cui è l’ovvio e naturale erede: si nota lontano un miglio la sua competenza nel descrivere i gesti, i pensieri e le sfumature di Olivier senza mai cadere nel banale o nella caricatura.

Michelle Williams è al di là di ogni elogio, fin troppo superba in una parte più pericolosa che spericolata, mostruosa nella mimica e negli atteggiamenti in una prova che segna la carriera per sempre: e, se mi è concesso, è anche più bella dell’originale (ok, questa è eccessiva ma, come ha già detto qualcuno, il primo amore è una dolce disperazione).

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