Ovosodo | Paolo Virzì (1997)

Immagine correlataÈ probabilmente il film che rappresenta al meglio il passaggio del testimone nell’ambito della commedia (all’)italiana. Dopo un esordio sorprendente e finalmente realistico (La bella vita) e una fotografia corale e polifonica della nuova Italia berlusconiana (Ferie d’agosto), Paolo Virzì centra il bersaglio con quello che, alla resa dei conti, resterà il suo film più bello (assieme al commovente e nostalgico La prima cosa bella).

Che ha un enorme pregio, il pregio che ha reso grande la commedia all’italiana (quella vera) tra gli anni sessanta e settanta: una sceneggiatura di ferro che ha estrema cognizione di causa, che non dimentica i caratteri di contorno evitando la stilizzazione e la caricatura (che poi sarebbe uno dei tanti difetti della commedia italiana da una trentina d’anni) e che vuole raccontare qualcosa sul Paese senza essere pedante, saccente o pretestuoso.

Questo miracolo (avvenuto, negli anni novanta, soltanto con Daniele Luchetti, Francesca Archibugi e con qualche cosa di Carlo Verdone) è il frutto di una sintesi derivato dall’incontro di due generazioni che potremmo semplificare come padri e figli: i figli sono Francesco Bruni e Paolo Virzì e il padre è il padre nobile del genere, ossia l’immenso Furio Scarpelli.

Senza l’aiuto del maestro, è probabile che Bruni e Virzì non sarebbero stati in grado di creare un affresco così credibile e al contempo affettuoso, certamente connotato di un colore politico ben identificabile ma assolutamente attendibile nella marina ed industriale Livorno rossa per sua stessa natura.

Il film va spedito, con una naturalezza lieve e soffice, alternando una carezza ad un pugno, ed è soprattutto una commedia di costume che ha l’apparenza di certi piccoli e garbati film come quelli del primo Dino Risi, il cuore sociale e buffo di Mario Monicelli e l’influenza dichiarata di atmosfere dei romanzi di formazione (tanto è, d’altronde, Ovosodo: un romanzo di formazione come tanti che non assomiglia a nessuno).

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Con alcuni elementi inusuali molto letterari (la voce off, i commenti, le perle di saggezza), Virzì dirige con mano sicura una compagnia d’interpreti affiatata ed ispirata in cui vanno almeno citati il protagonista Edoardo Gabbriellini, spontaneo e tenero, e la Nicoletta Braschi migliore di sempre, in un ruolo che è la quint’essenza della malinconia.

OVOSODO (Italia, 1997) di Paolo Virzì, con Edoardo Gabbriellini, Marco Cocci, Regina Orioli, Claudia Pandolfi, Nicoletta Braschi, Lele Vannoli, Barbara Scoppa. Commedia. ****

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