Amour | Recensione

AMOUR (Francia-Austria-Germania, 2012) di Michael Haneke, con Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert. Drammatico. *****

C’è stato un attore italiano, uno dei grandi del teatro nostrano nonché talvolta caratterista (dimenticato) del nostro cinema, che un giorno d’estate del 1993 si gettò da un viadotto nel Mugello assieme all’amatissima moglie. Era malato da tempo, non sopportava più una vita diventata intollerabile, nonostante mantenesse una certa ironia sul lavoro e con gli amici.

Decisero insieme di andarsene, forse per rendere più dolce la morte, forse per condividere fino in fondo il dolore, o perché si deve restare fedeli nella buona e nella cattiva sorte. Loro erano Tino Schirinzi e Daisy Lumini, e la loro storia commuove ancora oggi.

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Non è complicato capire il motivo per cui mi venga in mente questa triste vicenda: l’amore assoluo, tema peraltro abbastanza difficile da trasmettere in un’opera di narrazione, si pone dentro, sopra ed oltre la vita. Ed è anche difficile parlare di un film come Amour, di cui si è detto già tutto, forse troppo.

Per la sua capacità estrema di turbare, innanzitutto, per il suo irrequieto incedere nella tensione, per la sua potenza selvaggia e mansueta al contempo. Come raramente accade, la Palma d’Oro dell’ultimo Festival di Cannes è andata ad un film che ha messo d’accordo pressoché tutti (a parte le sacre eccezioni). Il motivo è semplicissimo: universalità.

Già il titolo (secco, evocativo, emotivo, dolce, inquietante) lo rende esplicito. Il primo risultato evidente del durissimo film dell’ormai settantenne Michael Haneke è il coinvolgimento indubbio di buona parte del pubblico di fronte ad una storia così maledettamente toccante. A volte sorgono dubbi: pornografia del dolore (per quanto ci sia di mezzo una finzione), corpi invecchiati ed avvizziti, incomprensibilità di certi gesti, insostenibilità del dolore.

Cose probabilmente discutibili, ma ad un certo punto subentra un altro aspetto: Amour, oltre a commuovere, toccare e via dicendo, è un film impressionante. Soprattutto se si pensa alla precedente filmografia del suo autore, che da anni convive con la fama di regista violento e perverso.

Spoglio di qualunque orpello, essenziale fino alla riduzione all’osso, lontanissimo dall’ovvio, Haneke costruisce con pazienza e precisione un film imperfetto e sublime, profondamente attendibile (non c’è nulla di più realistico di una coppia anziana che si trova a fare i conti col male terminale) e improvvisamente onirico (due o tre sogni di Georges che ripercorrono particolari incontrati nella storia, come l’allagamento del pianerottolo che si ricollega all’acqua del rubinetto di una delle scene iniziali), necessariamente claustrofobico (solo due sequenze avvengono fuori casa e non è un caso che il film inizi con l’irruzione dei vigili del fuoco) e dolcemente malinconico (Georges ed Anne parlano soprattutto del passato).

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È un film probabilmente lontano dal cinema del suo autore, ma, come ha raccontato lui stesso, legato all’intimità del rapporto con la moglie, e forse per questo sinceramente emozionante. Senza colonna sonora (Monicelli diceva che una scena è perfetta quando non ha bisogno della musica per arrivare allo spettatore), malgrado quasi tutti i personaggi abbiano a che fare con la musica (che si sente due volte al pianoforte e non di rado allo stereo). Rigoroso nel suo essere fondamentale, tesissimo per la dilatazione del tempo (come se ogni istante di ciò che resta della vita vada preservato nonostante la noia), irrimediabilmente dolente e inquietantemente liberatorio.

Commovente la clamorosa rentrée dei due mostri sacri (con Isabelle Huppert che regge lo strascico con devota ammirazione): splendida interpretazione di Emmanuelle Riva, che si sottopone ad un autentico tour de force fisico ed interiore e regala alla sua Anne lampi di improvviso bagliore (le dolcezze con Georges) ed attacchi di rabbiosa impotenza (la corsa in carrozzella per il corridoio dopo la scoperta di essere incontinente); e per la splendida performance di Jean-Louis Trintignant, sul grande schermo dopo un decennio, che manifesta visibilmente le grandi gioie e i grandi dolori di un ottantenne come tanti, non trovo una parola più adeguata di indimenticabile per come inonda il film della sua presenza immensa.

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