Io e te | Recensione

IO E TE (Italia, 2012) di Bernardo Bertolucci, con Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, Sonia Bergamasco, Pippo Delbono, Veronica Lazar. Drammatico. ***

Sarebbe onesto ammettere, innanzitutto, che il ritorno di Bernardo Bertolucci sul grande schermo è fonte di sconfinate emozioni. Specie per persone della mia generazione, che non hanno mai visto un film di BB al cinema (quando uscì The Dreamers eravamo troppo piccoli) e, almeno molti di noi, hanno amato i suoi film. Perché, al di là del valore artistico e dei gusti, Bertolucci è uno dei pochissimi registi italiani ad aver realizzato film eterni, capaci di parlare tanto ai contemporanei quanto agli spettatori del futuro.

Personalmente adoro l’irrequieta indagine della Strategia del ragno, l’epico e mitico Novecento e il melodrassimo sottostimato La luna. È innegabile, quindi, un certo coinvolgimento di qualunque cinefilo di fronte al ritorno dell’unico regista nostrano decorato dell’Oscar come miglior regista (gli altri ad averlo sfiorato sono Federico Fellini, Pietro Germi, Michelangelo Antonioni, Gillo Pontecorvo, Franco Zeffirelli, Lina Wertmuller, Roberto Benigni) ed è giusto ammettere, senza troppi giri di parole, che Io e te non è il capolavoro che si va dicendo in giro.

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Fa parte di quella strana categoria di film in cui l’emozione trasmessa coincide e si confondo con l’emozione annunciata. L’entusiasmo (naturale) per la rentrée dell’autore rischia di nascondere limiti e difetti del film (peggio andò ad Antonioni che nella situazione analoga fu abbastanza spernacchiato, all’epoca del ritorno infermo come Bertolucci oggi).

Insomma, si stanno dicendo tantissime cose riguardo Io e te e sicuramente ripeterò le molte cose ascoltate, cioè che è un piccolo film in un piccolo spazio rispetto ai grandi film in grandi spazi, che è una specie di summa di temi cari (l’adolescenza, i rapporti famigliari, il tempo, la dipendenza), che presenta tracce di una carriera memorabile (il lunghissimo cappotto di Ultimo tango a Parigi, la testa di Mussolini e il ballo catartico de Il conformista, la droga e il rapporto tra madre e figlio come ne La luna, l’adolescente al centro della scena, il set domestico de L’assedio e via discorrendo, fino al nome dell’attore protagonista che evoca il Gérard Depardieu di Novecento) e altro.

Tutto vero, tutto condivisibile. Ma, lo sappiamo, sono giochi in cui non che mastichiamo un po’ di cinema rischiamo di affogare con goduria. Ed essendo Bertolucci un cinefilo ci sentiamo quasi legittimati a piegarci al gioco. Io e te, a fine visione, lascia un turbamento non indifferente. Non tutto convince, però, diamine, è un vero film. Perché, intendiamoci, non stiamo di certo alla miglior opera di BB, ma sicuramente abbiamo a che fare con un qualcosa lontano da troppo cinema italiano contemporaneo.

La prima cosa da dire è che Bertolucci sa usare la macchina da presa. Non è una cosa scontata, perché, nonostante sia indubbiamente considerato uno dei più grandi registi dello scorso secolo, il nostro ogni tanto ha peccato di qualche virtuosismo di troppo e la lontananza decennale dalla macchina da presa non implicava necessariamente un talento immutato.

Bertolucci libra la cinepresa con eleganza e pertinenza, punta molto sulle riprese dal basso (l’incubo all’inizio, la cena al ristorante di Lorenzo e sua madre, il palazzo in cui è ambientata la storia) e con un gusto un po’ goliardico gioca con i dolly quasi a voler sfidare (almeno nella finzione del cinema) la malattia che lo costringe sulla sedia a rotelle. Sta addosso agli abitanti del suo film con amorosa ossessione, indaga ogni angolo del set (tutto ricostruito in studio: la dittatura della finzione) e si trova quasi a disagio fuori dalla cantina, proprio il Bertolucci che ha fatto la sua fortuna con deserti e pianure.

È il film della mutazione necessaria di un regista che ha preso consapevolezza dei propri limiti fisici ma anche una sorta di ricerca dell’essenziale e della semplicità non sempre praticata dagli enfatici autori nostrani. La storia è minima, forse anche poco interessante sulla carta, e ad un certo punto (i primi momenti nella cantina) si ha quasi la sensazione di girare un po’ a vuoto, pure perché la sceneggiatura (scritta da BB con Umberto Contarello, Francesca Marciano e Niccolò Ammanniti, autore del libro da cui è tratto il film) non riesce a creare l’attesa della te del titolo.

L’arrivo di te, che sarebbe la sorellastra Olivia, non cambia io, che resta un misantropo sociopatico e vagamente antipatico (le chiamate bugiardissime alla madre, che lo crede in settimana bianca, non ispirano né tenerezza né simpatia), ma è evidente che l’intento di Bertolucci sta nella realizzazione di un racconto di formazione in cui sembra non accadere nulla, un po’ come gli immortali Quattrocento colpi di François Truffaut, ma in cui accade di tutto nell’intimità del giovane protagonista. Tanto coinvolge Lorenzo, con le sue psicosi francamente inqualificabili ma realistiche, quanto lascia perplessi Olivia, troppo simbolica, troppo vampiresca, troppo evocativa.

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Forse è anche un problema di attori, dato che Jacopo Olmo Antinori è decisamente bravo (sebbene abbastanza teatrale) e Tea Falco non sempre all’altezza di un ruolo che rischia la maniera (la crisi d’astinenza è un banco di prova). Non è un caso che Falco riesca ad essere davvero in parte solo quando si ode la splendida Ragazzo solo, ragazza sola, versione italiana di Space Oddity di David Bowie, firmata Mogol: in quei tre minuti il film sembra assomigliare ad un musical, e l’ausilio della canzone permette alla Falco di connettersi meglio alla sensibilità della circostanza, evitando l’enfasi attuata precedentemente.

Poiché il film si deve reggere, certo sull’atmosfera, ma soprattutto sui due attori, è qui che i limiti si fanno evidenti, come si fanno evidenti nell’inverosimiglianza dell’ingresso notturno furtivo in casa (possibile che Sonia Bergamasco non senta nulla?), nell’assurdità del blitz nella clinica privata (ma solo quando io ero in ospedale le porte dei reparti si chiudevano senza appello?), nell’eccessiva evanescenza di figure come la nonna malata (Veronica Lazar), lo psicologo invalido (Pippo Delbono) e il padre totalmente assente. E non mi ha convinto il finale, così frettoloso, probabilmente ottimista, per certi versi fin troppo ambiguo.

Ma con tutti i suoi difetti plateali, con la sua imperfezione naturale, con il suo turbamento interiore (stiamo pur sempre parlando di un quattordicenne che ha la malsana idea di fuggire dentro casa, come se non avesse fino in fondo il coraggio di evadere perché troppo affezionato alla propria intimità rappresentata dalla casa, per quanto si tratti della cantina), Io e te suscita problematiche nello spettatore, propone un immaginario limitato e stimolante al contempo, cerca la sintesi di una anomala educazione sentimentale, ed è un bel film. In più, è il commovente ritorno di un maestro (detto senza retorica) stanco ma vitale, e il cerchio si chiude.

 

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