Una famiglia perfetta | Recensione

UNA FAMIGLIA PERFETTA (Italia, 2012) di Paolo Genovese, con Sergio Castellitto, Marco Giallini, Claudia Gerini, Carolina Crescentini, Ilaria Occhini, Eugenia Costantini, Eugenio Franceschini, Francesca Neri. Commedia. ***

Di fronte ad un film di questo tipo, costruito in questo modo, strutturato in questa maniera, anche lo spettatore più acido dovrebbe riconoscere l’originalità del soggetto, considerando soprattutto che la commedia all’italiana recente si basa su meccanismi irrimediabilmente triti o tristemente scontati. Poi scopri che è il remake di un fortunato film spagnolo del 1996 e ti crolla tutto.

Sulla carta, Una famiglia perfetta sarebbe stato un perfetto esempio di commedia italiana come cristo comanda: una situazione ridicola che finisce per essere da una parte esilarante e dall’altra patetica, una variazione minimalista di un’armata Brancaleone qualunque (la scalcinata compagnia di attori) alle prese con un capo tirannico (il bizzarro ed inquietante datore di lavoro), un collage di tematiche e di sfumature tipicamente legate ad un immaginario italiano (l’arte di arrangiarsi, la teatralità, il colpo di scena, la malinconia). E invece è un adattamento.

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Ora, fermo restando che ogni remake parte, pure involontariamente, con un’aurea di inferiorità derivata soprattutto dalla mancanza di effettiva autenticità e da un vago senso di riciclaggio e di adeguamento posticcio, c’è da dire che questa versione italiana ha un suo perché. Innanzitutto perché Familia, il modello originario, non è mai uscito in Italia e quindi non ha un pubblico affezionato o legato a quella pellicola. Di conseguenza, il film diventa a suo modo originale, dignitoso nella sua vita propria che si genera attraverso l’immagine proiettata sullo schermo.

Una famiglia perfetta, nei suoi limiti e con le sue perplessità, rappresenta una solida alternativa all’interno del mare magnum et infectum della commedia italiana contemporanea, dominato da superficialità e pressapochismi, perché recupera una qualche ambizione nei confronti di una tradizione nostrana in cui il giuoco delle parti tra teatro e vita, quindi arte e realtà, ha trovato non poche sintesi di un certo interesse.

Il nume tutelare è sicuramente quello di Luigi Pirandello e, senza essere blasfemi, c’è qualcosa di pirandelliano in questa commedia corale ed agra, nella sua meccanica alternanza di mondo reale e mondo messo in scena tipico del genere e contaminata con la l’ordinata confusione organizzata del contesto.

Chissà fino a che punto Paolo Genovese avesse ambizioni di questo genere, ma è evidente come Una famiglia perfetta alzi l’asticella almeno di qualche centimetro per evitare di affogare nella banalità e nella volgarità. Tutto ciò nella confezione di una rassicurante commedia natalizia per famiglie (con deriva radical chic, come ne La bellezza del somaro, con cui ha qualche punto di contatto) così come potrebbe esserla Il peggior Natale della mia vita (con pubblico indistinto e senza particolari connotazioni) o un qualunque prodotto Cattleya o Filmauro.

La particolarità del film di Paolo Genovese sta nella sua ricerca di un tono elegantemente stravagante all’interno di un recinto tutt’altro che azzardato e peraltro abbastanza (fin troppo) frequentato ultimamente. Genovese, tra l’altro, si sta dimostrando un valido artigiano della commedia che in questo caso manifesta un qualche debito di riconoscenza nei confronti di determinate atmosfere e dei mezzi toni secchi di un certo cinema di Luigi Comencini.

È importante capire se Genovese abbia una qualche possibilità concreta di essere un dignitoso regista di commedie, perché attualmente ne abbiamo due o tre decenti (Paolo Virzì, Carlo Verdone, Giulio Manfredonia) ed egli stesso fino ad ora non ha dato prova di eccellenti capacità (il sodalizio con Luca Miniero, qui impegnato in sede di sceneggiatura, era ancora acerbo; i due Immaturi non osano più di tanto e giocano abbastanza sul sicuro; La banda dei Babbi Natale si adegua al forte trio protagonista).

In Una famiglia perfetta la regia sta sui personaggi con vigile attenzione, cerca le ragioni dei personaggi coinvolti attraverso la rappresentazione di gesti peculiari e sguardi emblematici, volteggia nel grande casale umbro con un movimento armonioso. Intendiamoci, è una regia abbastanza classica (con un lampo di split screen d’effetto ma forse inutile), ma è in qualche modo simpatico sapere che c’è qualche regista che sa dove mettere la macchina da presa e non si addentra con sprezzo del pericolo in territori che non gli appartengono. I difetti del film, tuttavia, sono sempre ascrivibili a Genovese: un probabile eccesso di meccanicità in non poche situazioni, una manciata di cose prevedibili per quanto divertenti, una discutibilissima scelta musicale fatta di canzoni alquanto evitabili.

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Dalla sua, però, ha un gruppo d’attori diretto benissimo e perfettamente ispirato: Sergio Castellitto, col suo psicopatico e tristissimo Leone, non recitava così bene da parecchio; Marco Giallini conferma la sua serie positiva e rende più teneramente inquieta la sua maschera cialtronesca; Claudia Gerini e Carolina Crescentini sono delle buone conferme; Francesca Neri ha l’aria di quella catapultata per caso che si diverte da pazzi; i due bambini sono delle belle promesse (spassoso il professionista).

L’immensa Ilaria Occhini, nei panni dell’attrice decaduta che un tempo recitava al Teatro Greco di Siracusa, è la migliore in campo ed ha almeno due sequenze da antologia: la lezione di pianto ai giovani attori e “il pezzo forte”. E non è un caso che il suo personaggio, matronale e decadente, funga in qualche modo da metafora e da simbolo (i simboli della tradizione sono l’ossessione di Leone) dell’intero film: il colpo di scena deve essere la quintessenza anche delle messinscene più organizzate e tutti gli attori, prima o poi, gettano la maschera della vita per votarsi completamente all’arte in nome della vita stessa.

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