La migliore offerta | Recensione

LA MIGLIORE OFFERTA (Italia, 2012) di Giuseppe Tornatore, con Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Sutherland. Thriller mélo. ****

Il cinema, finalmente. Nell’era (mai come in queste ultime stagioni) del prodotto surrogato, della rincorsa dell’immagine televisiva da una parte e dell’immaginario americano più superficiale dall’altra, assistere ad un film, un vero film, è un’esperienza quasi rara. Ci è già successo, in questi mesi, di avere una reazione simile di fronte a Io e te di Bernardo Bertolucci e, per motivi diversi, con Bella addormentata di Marco Bellocchio.

Come Bertolucci e Bellocchio, quello di Giuseppe Tornatore è un film sicuramente imperfetto, ma un film. Un grande cinema al di là del risultato finale, un’idea di cinema ben precisa che finisce per essere così importante da essere avulsa dal suo effettivo valore artistico.

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Al cospetto del cinema evocativo e magnetico di Peppuccio non si può restare indifferenti, innanzitutto perché, a differenza di troppi registi della nostra pseudo industria, sa girare, sa dove mettere la macchina da presa. Piaccia o no, la visione di mondo di Tornatore cattura lo spettatore in un vortice di emozioni, di immagini e di strutture, e la ragione è tanto ovvia quanto arcana: Tornatore, sin dai tempi de Il camorrista, conosce il mistero del cinema.

La capacità di creare un classico non è uno sterile esercizio di accademia, così come l’abilità di dirigere spericolate inquadrature a forte rischio di potenza visiva squisitamente fine a se stessa non è soltanto la messa in scena del virtuosismo autocompiaciuto di un grande regista.

C’è di più ne La migliore offerta, c’è tutto ciò che molti critici accreditano come la vena migliore dell’autore di Bagheria, ossia quella di Una pura formalità e La sconosciuta (qui non c’è traccia dell’autobiografismo spinto e sublime tipico di Peppuccio): c’è la tensione della costruzione dell’intreccio, c’è l’ansia derivata dalla dilatazione del tempo (caratteristica di uno dei maestri del regista, Sergio Leone), c’è l’angoscia dell’ossessione claustrofobica (come sempre, luoghi angusti da cui non si riesce ad uscire: qui ci sono stanze segrete, persone che si nascondono dal mondo che rifiutano), c’è il thriller (l’usurata espressione “thriller dell’anima” avrebbe una qualche pertinenza, ma qui stiamo nei pressi di un noir le cui atmosfere si confondono fatalmente con il mélo, genere principe di Tornatore).

Certamente, come ho già detto, La migliore offerta è un film imperfetto, non tanto per la sua natura di storia malata ed inquietante che sta alla base, quanto per una problematica tipica di Tornatore (problema che comunque, spesso e volentieri, non solo è finito per diventare sia un marchio di fabbrica che un colpo di genio): la lenta e dolorosa risoluzione dell’intreccio arriva troppo tardi, la necessaria spiegazione del corso degli eventi manca di qualcosa, che effettivamente non so spiegare.

Uno spettatore attento (e che conosce l’opera del regista) si accorge degli indizi che l’autore dissemina lungo l’arco della storia, è capace di riorganizzare la trama al termine del film, ma in ogni caso si rende conto che manca qualcosa, specie nella giustificazione di certi comportamenti di determinati personaggi, troppo banalmente riconducibili all’opportunismo.

Le necessità del melodramma impongono a Tornatore alcune battute non esattamente di primo pelo o credibili, ma allo stesso tempo (e qui risiamo al mistero del cinema) egli è consapevole che nel genere suddetto non ci può essere credibilità, in quanto genere puro e semplicemente legato all’arte della narrazione. La migliore offerta diventa, a suo modo, una piccola lezione di cinema (mai un attimo di noia, una costante attitudine ad imporre il proprio sguardo, una magistrale messinscena) che appassiona e coinvolge con l’estro dei grandi.

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Non c’è soltanto un reparto tecnico da urlo (superbamente coordinato: dalla fotografia quasi seppiata di Fabio Zamarion alle musiche tesissime del maestro Ennio Morricone), ma anche un cast intonato e non banale che si raccoglie attorno alla strepitosa performance di Geoffrey Rush. Virgil Oldman, come molti personaggi di Tornatore, oltre ad essere scritto benissimo, particolarmente nei dettagli (l’ossessione per l’igiene, la paura del contatto fisico, il rifiuto del cellulare), è il memorabile ritratto di un uomo fuori dagli schemi, solitario ed intelligentissimo (è anche la storia della truffa ai danni di un truffatore), inesperto alla vita e privo di un’economia sentimentale fino all’incontro devastante con l’amore, che viene inteso come la proiezione della sua ossessione per l’arte e nello specifico per la ritrattistica femminile.

Malinconico come un sentimento fallito e fallimentare, tenebroso come una discesa agli inferi per ritrovare l’amore perduto, pericoloso come un’asta di falsi spacciati per autentici, è un film che, nella sua imperfezione, riconcilia con la magia del cinema.

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