The Master | Recensione

THE MASTER (U.S.A., 2012) di Paul Thomas Anderson, con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Laura Dern. Drammatico. ***

Paul Thomas Anderson è considerato l’erede di Robert Altman, forse anche perché il grande regista di Nashville lo scelse come sostituto nel caso non fosse stato in grado di concludere Radio America. Ovviamente non si può liquidare uno dei più importanti autori della recente cinematografia americana con una onorevole ma riduttiva etichetta, sottintendendo il fatto che la questione dei maestri ed eredi appassiona noi e pochi altri: Anderson, s’è detto molte volte, è un regista complesso dal talento stratificato, capace di orchestrare tanto mirabili affreschi corali quanto storie più concentrate su un personaggio e sul contesto in cui si muove.

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The Master (guarda caso, Il Maestro) è il trait d’union tra le due tendenze della comunque finora scarna filmografia di Anderson, perché da una parte racconta (ma sarebbe meglio dire fotografa, vista anche l’implicazione del mezzo fotografico in certi frangenti della storia) in primo piano il percorso di mutamento di un povero cristo alcolizzato e con alcune turbe psichiche, che si ritrova a contatto con il carismatico e fanatico leader di una sorta di setta religiosa; dall’altra, però, c’è un coro, per quanto resti sullo sfondo ed abbia la funzione di sottolineare più che altro la potenza del messaggio del capo e la progressiva diffusione del credo della Causa.

L’interesse principale del film risiede sicuramente nel rapporto tra Freddie e Lancaster, il debole e il forte, il fragile e il potente, il figlio e il padre, l’uomo e Dio: è uno scontro, una lotta impari e devastante in cui il sangue non scorre platealmente (come nel precedente film di Anderson, il cui titolo originale si riferiva proprio al sangue) ma corre inquieto nelle vene dei personaggi, quasi sottotraccia. Sono svariate le esplosioni, tipiche delle relazioni educative tra padri e figli (i litigi, le “applicazioni”, il carcere, il possesso), così com’è sottile, appena annunciato ed ampiamente sospettato, il tema della latente morbosità sfociante in una certa omosessualità o almeno in un’attrazione omoerotica di stampo elettivo e non carnale, anche perché l’ossessione per il sesso e per la perversione è evidentissima e non sempre comprensibile.

Lodi eterne ai due interpreti in stato di grazia, ma è pure vero che, quando si è alle prese con ruoli del genere, molti eccellenti attori rischiano di gigioneggiare alla grande (rischio solo sfiorato da un tormentatissimo Joaquin Phoneix e dal monumentale Philip Seymour Hoffman, inevitabilmente premiati a Venezia come migliori attori, ma anche Amy Adams merita una valanga di elogi).

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E poi? E poi eccoci qui al problema. Il più grave rischio di un film sostanzialmente d’attori è dimenticare il resto. Ci sono molti elementi che hanno giocato contro il progetto di Anderson: toccare Scientology (perché alla fine di questo stiamo parlando) negli States è come assicurarsi un ergastolo e in sede di sceneggiatura si sono dovute fare mille capriole concettuali e tagliare – penso – molti passaggi fin troppo identificativi ed evocativi, ottenendo un risultato alquanto deludente da un punto di vista narrativo e contenutistico.

La prima parte non tiene, pone le basi per far capire qualcosa (spesso invano), ma gira troppo a vuoto, si perde in immagini bellissime (formalmente è un film impeccabile), accumula dialoghi in alternanza a silenzi non sempre azzeccati. Certamente intriga, soprattutto perché Anderson trasmette abbastanza bene l’inquietudine e la complessità della vicenda, ma la noia purtroppo incombe.

Il film prende vita quando comincia ad avere una reale polpa drammatica (suppergiù poco prima dell’arresto di Lancaster), nonostante si stabilizzi su terreni più classici e percorra strade più ovvie. Paradossalmente la noia della prima parte finisce per essere rimpianta perché almeno preannunciava qualcosa di più epocale. Vittima di un rimontaggio probabilmente sofferto che ha tolto molto alla storia, è un palese capolavoro mancato che avrebbe potuto essere destabilizzante, epico e fondamentale.

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