A Royal Weekend | Recensione

A ROYAL WEEKEND (HYDE PARK ON HUDSON, G.B., 2012) di Roger Michell, con Bill Murray, Laura Linney, Olivia Williams, Olivia Colman, Elizabeth Marvel, Samuel West. Biografico commedia. **

Da un po’ di tempo c’è una certa tendenza nel cinema biografico: isolare un determinato evento (generalmente piuttosto circoscritto e rapido) per definire i tratti caratteristici del personaggio storico, come una sorta di sintesi romanzesca alla stregua di una sineddoche linguistica in un contesto ovviamente cinematografico e narrativo.

Abbiamo quindi visto la regina Elisabetta nei sette giorni successivi alla morte di Lady Diana (The Queen), Nelson Mandela e la pacificazione attraverso il rugby di un popolo storicamente diviso (Invictus), l’educazione sentimentale di un giovanotto alle prese con Marylin (una settimana di lavorazione de Il principe e la ballerina), la terapia logopedistica di re Giorgio VI (Il discorso del re), vedremo a breve Alfred Hitchcock sul set di Psyco e Grace Kelly in versione diplomatica contro la Francia.

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Non fa eccezione questo Hyde Park on Hudson (scioccamente ribattezzato A Royal Weekend), in cui un angosciato re Giorgio torna ma in veste di comprimario, cioè come ospite del presidente Franklin Delano Roosevelt alla vigilia del secondo conflitto mondiale. È la cronaca dell’incontro che avvenne tra i due capi di stato filtrato dallo sguardo di Daisy, devota cugina e molto intima amica del presidente: è sua la voce narrante che conferisce al film un eccesso di calligrafismo d’altri tempi.

Si ha spesso l’impressione di essere nei pressi di un racconto per immagini in cui le illustrazioni valgono più dei commenti, per quanto comunque possano intrigare la stramba storia sentimentale tra Roosevelt e la lontana cugina (quinto o sesto grado, ma d’altronde anche la fin troppo autonoma ed indipendente moglie Eleanor era cugina alla lontana) e i patemi dell’insipida signorina (che Laura Linney disegna con garbo e misura) completamente succube di cotanto amante.

Roger Michell confeziona un film senza infamia e senza lode ma innegabilmente simpatico per almeno quattro fattori. Il primo è l’eleganza della messinscena, che non ha il respiro di James Ivory ma nemmeno il fiato corto delle miniserie di Raiuno, affabile e senza un eccesso. Il secondo è il tono fondamentalmente ironico tipico della quiete prima della tempesta, in cui fanno macchia l’anziana e dispotica madre del presidente (vero capofamiglia) e i commenti dei reali d’Inghilterra riguardo le vicende della casa (il valzer di amanti di Roosevelt, l’ambiguità della di lui moglie, lo scandalo degli hot dog).

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Il terzo è l’atmosfera che non interessa tanto la storia quanto il film: si ricorda i principi del cinema del New Deal promosso proprio da Roosevelt (fiducia nell’avvenire, valori morali, comprensibilità universale) e li rielabora attraverso una storia vera che è serena solo in superficie (in sintesi: la guerra è vicina, ma la speranza è l’ultima a morire – specialmente nel finale).

E il quarto è Bill Murray, vero (unico?) motivo per cui vedere un film che non avrebbe sfigurato semplicemente come tv movie, magnifico come sempre, con una gamma di colori sempre più vasta di film in film (come quei vini che invecchiando migliorano), che rappresenta il suo Roosevelt in un modo quasi iconoclasta cogliendolo nelle debolezze del privato evitando la dissacrazione (la malattia, l’alcool, le donne) ed esaltandolo nelle virtù pubbliche schivando accuratamente il santino (la praticità, il fiuto, la fermezza): e trova la giusta chiave per rappresentare il celato tormento di un uomo di potere consapevole che il popolo americano aveva riposto la propria fiducia in un uomo disabile e sofferente. Grande Murray, forse troppo per il film.

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