La scoperta dell’alba | Recensione

LA SCOPERTA DELL’ALBA (Italia, 2012) di Susanna Nicchiarelli, con Margherita Buy, Sergio Rubini, Susanna Nicchiarelli, Lino Guanciale, Renato Carpentieri, Lina Sastri. Drammatico. **

Quando entri in una sala cinematografica in cui gli spettatori paganti (compreso te) sono cinque, nell’arco di una giornata in cui il prezzo è fortemente ridotto per i giovani sotto ai trent’anni (gli anziani pagano comunque di meno), c’è evidentemente qualcosa che non va. Forse nel film, forse nella promozione.

Eppure il film in questione è la trasposizione di uno dei più grossi best seller italiani degli ultimi anni, peraltro scritto da un uomo politico piuttosto amato (ma anche cordialmente detestato) dai cinefili (e cinefilo anch’egli) come Walter Veltroni, ed interpretato da un’attrice stimata come Margherita Buy (che il suo pubblico raccoglie sempre).

E invece siamo di fronte all’ennesimo flop italiano di questa disgraziata stagione. Non è soltanto un problema di crisi economica e di calo dei consumi, perché il problema dell’offerta sussiste eccome se anche il mediocre rifacimento di Acciaio (quasi un milione di copie vendute in un Paese che generalmente non legge) è stato un disastro al botteghino e il Venuto al mondo della factory Castellitto-Mazzantini non ha esattamente ripetuto i fasti del long seller Non ti muovere.

I difetti de La scoperta dell’alba sono sicuramente riconducibili ad una promozione che non ha saputo incontrare il suo pubblico e certamente all’oggetto filmico. Che, diciamolo subito, ha un grande problema: non sa mai che strada prendere. Intendiamoci, onore a Susanna Nicchiarelli che osa l’azzardo del realismo magico e del fantasy all’italiana.

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Per capire l’origine de La scoperta dell’alba bisogna prendere il film simbolo del veltronismo: L’uomo dei sogni, splendida miscela di realtà e fantasia in cui Kevin Costner deve salvare un campo dalla speculazione affinché i fantasmi di una squadra di baseball degli anni cinquanta possano continuare a giocare. Costner si ritrova a conversare con la proiezione di suo padre da giovane e alla fine salva tutto in un trionfo di lacrime. La questione del padre è una costante del veltronismo e non serve la psicanalisi per capirlo.

Il romanzo (il cui protagonista era un maschio, tal Giovanni Astengo, e la dimensione romanzesca ne accentuava le caratteristiche quasi epiche e non di rado retoriche) viene preso come spunto da Nicchiarelli, di cui avevamo apprezzato il discreto e piacevole (pur esile) Cosmonauta, altra operina sui rapporti tra politica e famiglia, che lo adatta in un’ottica naturalmente femminile (la mitizzazione del padre che si rielabora in una figlia con l’ansia di capire le zone d’ombra di una figura troppo lontana ma così vicina e nell’altra con la speranza della ricerca in ogni uomo) ricordandosi anche di Frequency.

È apprezzabile la scelta di non cedere alla fedele e pedante trasposizione e di non premere l’acceleratore sul pedale della nostalgia a tutti i costi (con un elemento di culto perlomeno non banale: il disco di aerobica di Sydne Rome), così com’è apprezzabile il voler calare i personaggi in una normalità (attenti agli abbigliamenti un po’ sciatti e alle case disordinate) che spesso manca nel nostro cinema (ma la professione del buon Sergio Rubini è onestamente improponibile: creatore di cartoni animati).

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Non funzionano, nell’ordine: tutta la prima parte troppo dilatata e poco avvincente; il finale troppo frettoloso (per una volta, 85 minuti mi sembrano pochini); il poco equilibrio tra logica e irrazionale (che si perde nel tutto nella seconda parte) che non ha la forza del genere fantastico; l’ennesima, inutile, compiaciuta scena di sesso d’autore senza coraggio; una locandina di rara bruttezza.

Al suo attivo: una scorretta e purtroppo condivisibile filippica di Rubini su certi libri discutibili di figli delle vittime del terrorismo; le cose non dette del sempre grande Renato Carpentieri; una colonna sonora invadente ma simpatica. Non so se si potesse fare di meglio (il romanzo è puro veltronismo, oggettivamente emozionante per la scrittura evocativa e intollerabilmente stucchevole per lo stesso motivo), ma mi sembra che Nicchiarelli abbia giocato un po’ al ribasso e che potesse sinceramente osare di più. Crescerà.

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