Lincoln | Recensione

LINCOLN (U.S.A., 2012) di Steven Spielberg, con Daniel Day Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones, Joseph Gordon-Levitt, David Strathairn, Hal Halbrock, James Spader, John Hawkes, Jackie Earle Haley, Lee Pace, Jared Harris, Jeremy Strong. Storico biografico drammatico. ****

Beato il popolo che non ha bisogno di eroi, disse un giorno Brecht, e da allora chiunque ha abusato di quest’espressione. L’America è un Paese che pare avere un costante bisogno di eroi, o almeno di potersi riferire ad una tradizione quasi mitica abitata da personaggi eminenti. L’approvazione del Tredicesimo Emendamento, riguardante l’abolizione della schiavitù, è un caso esemplare perché è una delle prime occasioni in cui la giovane repubblica statunitense lancia un grande messaggio all’umanità. È naturale che gli americani vadano fieri di questa pagina di civiltà e di dignità ed è naturale che il presidente che ostinatamente si batté per la causa sia ancor oggi uno dei più amati di sempre (se non il più amato).

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Lincoln nasce innanzitutto come la cronaca della maturità di una nazione, un libro di storia puntuale e fiero con una funzione fondamentalmente didattica e pedagogica: i personaggi vengono spesso presentati attraverso didascalie, i fatti sono riportati con dovizia di dettagli nonché ripetuti ciclicamente per essere maggiormente incisivi, le dinamiche personali sono essenzialmente legate all’approvazione dell’emendamento più che a determinati tormenti intimi (con la parziale esclusione di qualche personaggio più emotivo).

Lincoln è una figura divina e al contempo umana, pratica nelle macchinazioni politiche (è pur comunque una storia di corruzioni, per quanto a fin di bene) ma anche distante (specialmente nei confronti del figlio maggiore, non a caso lasciato sullo sfondo), paterna certamente (padre della nazione, padre di un bambino da educare alla tolleranza, padre di un figlio defunto ma sempre presente) e tuttavia dura (quanto ingiusto sangue versato per una giusta causa?), incarnante in qualche modo un modello americano verso cui riporre stima.

È anche un affabulatore, un narratore tagliente di storielle da salotto, utili a spiegare la difficile e raffinata arte della diplomazia, e in qualche modo riconducibile ad una nobile e vasta tradizione di narratori americani che hanno contribuito a costruire l’identità nazionale.

L’incredibile Daniel Day Lewis lo interpreta col consueto mimetismo ed è perfino inutile elogiarlo per il meticoloso lavoro di ricerca e per l’inevitabilmente memorabile risultato (il doppiaggio di Pierfrancesco Favino è a dir poco discutibile). È una di quelle occasioni in cui l’attore agisce quasi in qualità di co-autore per la capacità di entrare nella profondità della caverna del personaggio al di là della parola scritta e dell’immagine filmata.

Certo, il film non è il capolavoro sperato, ma un robusto dramma politico-biografico che si apre con una terribile battaglia e si chiude con la morte del protagonista. In mezzo c’è una guerra fondamentalmente non ripresa dalla telecamera ma presente in ogni angolo della scena e in ogni discorso dei personaggi. Ecco, la sceneggiatura di Tony Kushner, forse, pecca un po’ in verbosità: si parla dalla prima all’ultima scena e in qualche momento si vorrebbero meno parole (peraltro spesso ribadite, ma è un procedimento molto efficace per far capire allo spettatore l’intricata faccenda) e più azioni.

La prima parte è il trionfo della staticità, vissuta quasi tutta in stanze anguste, fotografate in maniera plumbea da Janusz Kaminski, volutamente dilatata come in ogni film epico che si rispetti: l’attesa del momento cruciale, in questo caso la votazione alla Camera dei Rappresentati (che nella intensa monotonia dei suoi Sì e No finisce per essere la scena più tesa ed appassionante del film), arriva nell’istante giusto, in un crescendo di emozioni e scene madri, in un equilibrio generale conquistato con matematica fatica dal primo minuto del film, con il protagonista di spalle intento ad ascoltare due soldati neri (raffigurazione di un ideale rapporto paritario che sta alla base del carattere di Lincoln al di là della battaglia politica).

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Il merito della buona riuscita dell’operazione è soprattutto di Steven Spielberg, che mette a segno uno dei suoi film più sobri e misurati nella volontà di essere un silente metteur en scène dedito alla causa e disinteressato al virtuosismo.

Era un film che rincorreva da anni e non poteva che essere lui, così vicino alle problematiche personali e collettive delle minoranze oppresse o in difficoltà, nonché uno dei pochissimi registi in attività capaci di costruire un immaginario autonomo ed identificativo e di aver creato attorno a sé un mito extracinefilo (come lui solo Quentin Tarantino, per certi versi Woody Allen e Martin Scorsese, con un occhio all’inattivo George Lucas), l’autore di quest’opera americanissima e universale allo stesso tempo.

Un film, dunque, se non altro importante che meriterebbe l’alloro dell’Oscar anche soltanto per ciò che dice e in che momento storico lo dice (lascerei perdere i parallelismi tirati in ballo con le battaglie dell’amministrazione Obama). Da consegnare d’ufficio le statuette come migliori attori non protagonisti al mastodontico Tommy Lee Jones (che ha il ruolo più bello, divertente e commovente e il parrucchino più ridicolo della storia) e alla finalmente ritrovata Sally Field (immensa nella parte della dolente moglie).

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