L’uomo, la bestia e la virtù | Steno (1953)

Opera misconosciuta nella carriera blockbuster del principe napoletano, L’uomo, la bestia e la virtù è finito nel dimenticatoio per due ragioni ben precise. La prima riguarda gli eredi dell’autore della commedia a cui il film si ispira, Luigi Pirandello, che non approvarono affatto l’adattamento che Vitaliano Brancati e Steno fecero del testo del sommo Nobel.

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In effetti, il film soffre pesantemente della presenza comica dell’immenso Totò, come se il produttore Carlo Ponti avesse fatto carte false per rendere Pirandello all’altezza delle esigenze (diciamolo pure con tutto l’affetto possibile, bassine) del pubblico del principale comico italiano, così da tramutare una tragicommedia anomala nel percorso dello scrittore siciliano una delle tante, troppe farse che resero Antonio De Curtis il beniamino degli esercenti.

La seconda ragione, e forse la più grave, è che il film è di una sciatteria rara, probabilmente tra le peggiori operazioni a cui Totò si è sottoposto nel corso della sua sottovalutata quanto sciupata carriera, perché maggiormente contagiata da ambizioni alte e non esattamente legate allo stile buffonesco del protagonista.

Certo, si dirà, c’è anche Orson Welles, ma sappiamo benissimo che il buon Orson si vendeva di buon grado per poter realizzare le sue complesse e forse folli creazioni (d’altronde un attore ha la consapevolezza di dover soccombere alle operazioni alimentari per secondi fini, e perché dargli torto?), e la sua è una partecipazione pressoché gigionissima e totalmente menefreghista, in cui il mestiere (l’eccesso?) prende decisamente il sopravvento.

Perfino Totò non sa come comportarsi con l’illustre partner, non riuscendo nemmeno ad accontentare i fans (se non fosse per un battibecco con Carlo Delle Piane). Bisogna anche dire che Steno, all’epoca, era uno dei pochi registi in grado ad utilizzare Totò, dopo le felici esperienze di Totò cerca casa e Guardie  e ladri (assieme a Mario Monicelli), che inserirono la maschera Totò in un contesto storico e sociale importante (la miseria del dopoguerra), ma anche con Totò a colori, summa dell’avanspettacolo e ideale chiusura del cerchio.

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Qui Steno, regista più intelligente dei film che dirigeva, gioca di rimessa, se ne frega allegramente come troppo spesso gli capiterà e contribuisce a non rendere onore al buon nome di Pirandello. Un film sbagliato.

L’UOMO, LA BESTIA E LA VIRTÙ (Italia, 1953) di Steno, con Totò, Orson Welles, Viviane Romance, Mario Castellani, Franca Faldini, Giancarlo Nicotra, Clelia Matania, Rocco D’Assunta, Carlo Delle Piane. Commedia. * ½

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