Anna Karenina | Recensione

ANNA KARENINA (G.B., 2012) di Joe Wright, con Keira Knightley, Jude Law, Aaron Johnson, Matthew Macfayden, Kelly Macdonald, Domhnall Gleeson, Alicia Vikander. Mélo. *** ½

L’incipit di Anna Karenina è forse uno dei più celebri ed abusati di sempre, ma è anche uno dei più veri. «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo» trascenderà sempre ogni tempo e contesto. E già solo questo fatto potrebbe far capire a chiunque la portata immensa e lo status di classico naturalmente insiti a questo romanzo.

Di fronte alla ennesima versione normale, o almeno canonica, dell’immortale capolavoro di Tolstoj, avremmo sicuramente reagito col tipico commento che caratterizza molti film tratti da romanzi dell’ottocento: una roba dignitosissima, ma per signore inglesi che prendono il tè alle cinque. Insomma, al di là della storia in sé per sé, che di base è sempre quella, un altro adattamento dopo le mille versioni viste sul grande e sul piccolo schermo (citiamo per dovere di cronaca la divina Greta e per predilezione personale la splendida Lea Massari) poteva risultare anche inutile, un po’ come accade con le (troppe) riduzioni cinematografiche di Dickens o Jane Austen.

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E fu proprio con la Austen che partì la carriera cinematografica di Joe Wright, il cui adattamento di Orgoglio e pregiudizio, non esattamente memorabile ma di onesta fattura, stava per rendere Wright il perfetto regista inglese, confermando la tesi con la consacrazione di Espiazione. Poi ha diretto un action come Hanna e ha cominciato a sparigliare le carte.

Giunti a questa Anna Karenina, non possiamo che emancipare definitivamente il buon Wright dalle etichette troppo presto appiccicate sulla sua filmografia. Complice Tom Stoppard in sede di sceneggiatura, Wright costruisce pezzo per pezzo un film spiazzante e complesso sull’evidenza della finzione (o della menzogna, dipende dai punti di vista), sfruttando l’escamotage del teatro all’interno di una logica che quasi dissacra l’ambito in cui si colloca, cioè quello del mèlo (letterario, teatrale, musicale, cinematografico).

Un’operazione del genere può avvenire solo in presenza di un autore che ha esperienza e familiarità con la materia e che sa rielaborare la tradizione e il testo in maniera libera, personale ed originale (Stoppard ha spesso lavorato su Shakespeare), ma anche in presenza di un regista privo di sovrastrutture e disposto a rischiare.

L’Anna Karenina di Stoppard e Wright è una roboante macchina da guerra narrativa ed estetica che agisce su più piani, fonde sequenze e quadri differenti, alberga su sfondi piatti e quasi impersonali in nome della finzione teatrale, si lascia attraversare da un treno (simbolo della modernità, ma anche luogo dell’incontro tra i due innamorati e del celebre addio alla vita della protagonista, e allo stesso tempo il mezzo di trasporto più romantico di sempre) e perfino da una corsa di cavalli, è abitato da spettatori che sono pure protagonisti e da personaggi che si fermano all’interno della narrazione per lasciare spazio ai turbamenti di Anna e Vronskij (come in Strano interludio di O’Neil).

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Calato nel tempo storico dell’azione e allo stesso tempo nella contemporaneità postmoderna (molti hanno letto superficiali analogie con Moulin Rouge!), ha l’unico difetto di distrarre talvolta dal nucleo pulsante della vicenda a favore di un’eccessiva attenzione agli aspetti esteriori (e non a caso l’Academy ha concesso alla produzione solo quattro nomination tecniche e il premio per i costumi). Forse le scelte di Keira Knightley e Aaron Johnson non aiutano, perché sono corpi belli e perfetti non sempre capaci di trasmettere la passione, l’ansia, il rancore e la disperazione di Anna e Vronskij (meglio Jude Law come marito cornuto e tesissimo).

Ma resta comunque un film encomiabile, a tratti impeccabile, di cui si potrebbe parlare per ore ed ore, perdendosi tra le quinte, le quarte e i meandri del cuore di quello strepitoso personaggio che è la carnale, isterica, volubile e tragica Anna Karenina.

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