La grande bellezza | Recensione

LA GRANDE BELLEZZA (Italia-Francia, 2013) di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Galatea Ranzi, Carlo Buccirosso, Pamela Villoresi, Iaia Forte, Roberto Herlitzka, Massimo De Francovich, Massimo Popolizio, Giorgio Pasotti, Isabella Ferrari, Franco Graziosi, Sonia Gessner, Giovanna Vignola, Luca Marinelli, Lillo, Serena Grandi, Anita Kravos. Commedia drammatico. *****

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La solitudine è la costante dell’opera di Paolo Sorrentino. Un tipo di solitudine che caratterizza, ovviamente, i personaggi messi in scena, ma più in particolare il protagonista: può cambiare nome, ceto, nazionalità, ma il protagonista di un film di Sorrentino è sempre uguale a se stesso, un’ennesima variazione di mondo, una sorta di esercizio di stile. Jep Gambardella è un uomo solo, come soli erano Antonio e Tony Pisapia, Titta Di Girolamo, Geremia de’ Geremei, Giulio Andreotti, Cheyenne.

Sono solitudini anomale, perché venate di egocentrismo, intrise di egoismo, cosparse di misantropia. Attorno a questa solitudine, unico, reale appiglio a disposizione dello spericolato Sorrentino, sorge la grande bellezza di una città meravigliosamente decadente, approdo ideale di chi è partito con un sogno da realizzare ed è finito a far trenini che non portano a nessuna stazione. Chi siamo? Niente. Che facciamo? Nulla. Dove andiamo? Da nessuna parte.

Flaubert, ripete spesso Jep, ha trascorso la vita cercando di scrivere un romanzo sul niente. Sorrentino suggerisce il realismo come unica via per rappresentare il reale, ma la barocca architettura del suo cinema stratificato lo induce ad indugiare nell’onirico, nel grottesco, nel sermone.

Come Flaubert, ha più modestamente fallito Jep, autore di un solo romanzo in gioventù (L’apparato umano, che il fedele e malinconico amico Romano definisce “un capolavoro assoluto”), e sembra fallire lo stesso Sorrentino, incapace di riempire il vuoto cosmico di un mondo troppo preso dal suo nulla. Si abbandona nel turbinio dei balli, si lascia cullare sulle amache situate sui terrazzi vista Colosseo, si perde nei luoghi segreti di una città bella ovunque e comunque.

Che sia proprio questa la grande bellezza? La leggerezza della consapevolezza di non essere in grado di dare un ordine al vuoto? L’indolenza di lasciar fare gli altri, perché tanto, prima o poi, crolleranno tutti e resterà solo lei, la bellezza, a trionfare sul nulla? Che sia il nulla, la bellezza malata e maledetta, evitabile, affascinante e molesta?

All’origine de La grande bellezza non c’è Roma. O meglio, non c’è la Roma che vuole raccontare. A volte si ha quasi l’impressione che Sorrentino (che ha scritto il film con Umberto Contarello) abbia un simpatico disinteresse nei confronti della società che rappresenta. C’è piuttosto un multiforme universo creativo, specialmente cinematografico, a cui attinge con l’ingordigia del cinefilo e che reinventa con il talento del visionario.

La dolce vita, naturalmente, che, per quanto lo si voglia negare, emerge da ogni parte, sia nella strutturazione narrativa superficiale ad episodi camuffati che nell’evocazione di certi personaggi e determinate situazioni. Fellini è una stella polare, ma Sorrentino sa benissimo di non (poter) essere Fellini e ha la saggezza di non essere felliniano. I riferimenti, però, esistono.

Come esistono i legami con La terrazza di Ettore Scola nei dialoghi radical chic della scrittrice pseudo-impegnata e nella claustrofobica reiterazione eterna dell’incontro collettivo (lì un sobrio buffet, qui un cafonissimo party); con Fantasmi a Roma di Antonio Pietrangeli, specialmente nelle scene che dalla notte si proiettano verso l’alba, con questi spiriti che aleggiano come angeli della morte; con Le voci di dentro di Eduardo, napoletano come il regista, inevitabile allusione data dalle tantissime sedie accatastate nella stanza di un palazzo nobiliare; e con il Cafonal di Umberto Pizzi e Roberto D’Agostino, reportage del degrado culturale e sociale di un popolo fuori dal mondo.

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Questo sterile esercizio di memoria e di fantasia ha la funzione di far capire che dietro un film del genere, di tale magmatica complessità, c’è un universo enorme che non può essere ridotto alla messinscena delle festacce dell’alta borghesia romana. È un’opera ambiziosissima, scatenata, estenuante, dilatata, esagerata.

Io non so dire bene se La grande bellezza sia un capolavoro o no, perché non c’è stato momento nell’arco della proiezione in cui non abbia provato un senso di indicibile smarrimento. Non c’è storia, a ben vedere, non c’è filo. C’è un flusso sregolato che lega un caos di personaggi tragici o ridicoli coinvolti in situazioni banali o senza via d’uscita.

C’è una sottilissima sottotraccia riguardante un indimenticato amore di gioventù di Jep, pretesto per ritornare ad un passato mai rimosso e in cui poter affondare per recuperare un barlume di verità, ma non regge la narrazione: ci si infila dentro, la spinge ogni tanto tuttavia senza troppa forza. Trionfa la logica dell’accumulo di quisquilie e pinzillacchere che a poco a poco formano un caleidoscopico vulcano di imbarazzante vacuità.

Trionfa ovviamente la distanza inquietante tra cafoneria del generone romano e impassibile monumentalità della Roma antica. Trionfa l’immagine come cifra essenziale (l’armonia tra Sorrentino e il suo direttore della fotografia, il maestro Luca Bigazzi, è totale). Trionfa tutto ciò che può trionfare in un film di questo tipo (volti, corpi, luoghi, luci), perché Sorrentino non si fa mancare niente e il risultato è straniante, quasi disturbante, forse irritante, sicuramente sfibrante. Specie perché lascia tutto in medias res, anche i morti non muoiono del tutto, e chi continua a vivere resta imprigionato nei fili della tela narrativa tessuta con abilità dall’autore.

Che fine fanno i personaggi che abbiamo faticosamente imparato a conoscere in questo trionfo di facce? È importante conoscere che fine facciano? Non sarebbe meglio abbandonarli al loro destino ridicolo?

Sarebbe giusto, però, chiamarli un attimo a raccolta, questi personaggi che popolano il film facendo, tutto sommato, la differenza. A partire dal gigantesco Toni Servillo, con la parlata pigra e colta un po’ alla Raffaele La Capria e l’eterna distrazione assorta del Marcello Mastroianni del citato capolavoro di Fellini.

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E poi Carlo Verdone, immenso, di una tenerezza infinita; Sabrina Ferilli, straordinaria, inquieta e dolente; Carlo Buccirosso, migliore in campo, con un sapore da commedia che non siamo più capaci di realizzare in Italia; l’ottimo lavoro sul corpo e sul volto di Iaia Forte, che dirà forse quattro battute; l’eccellente impiego delle poco valorizzate Pamela Villoresi e Galatea Ranzi, anime radical chic della storia; i camei incisivi di Franco Graziosi e Sonia Gessner (nobili decaduti che si affittano per le feste), Giorgio Pasotti (l’uomo delle chiavi), Massimo Popolizio come chirurgo plastico star; gli splendidi prezzemolini Massimo De Francovich (trucido discotecaro) e Roberto Herlitzka (cardinale presunto esorcista e futuro papa che parla solo di ricette); Anita Kravos che parodia le performance artistiche di Marina Abramovic; Giovanna Vignola, direttrice nana un po’ alla Incredibili e un po’ Linda Hunt; le apparizioni evanescenti della sfattissima Serena Grandi, di Isabella Ferrari e del portafortuna Fanny Ardant. La grande bellezza è un film d’attori ma non di personaggi, perché tanto nessuno resta realmente nella memoria (a parte, forse, i tre interpreti più famosi), quanto ognuno ha qualcosa da dire.

Come dirlo è un discorso a parte, che riguarda la sceneggiatura, poco interessata ad andare al di là del chiacchiericcio da terrazza. Cosa resta, quindi, di tutti questi sparuti e incostanti sprazzi di bellezza immersi nello squallore disgraziato dell’uomo miserabile?

Resta un film sul bisogno disperato di una risposta, che non può venire né da una chiesa problematica, chiusa e mistica, né tantomeno da una terrazza mondana che sovrasta un mondo allo sfacelo. Resta un film sull’impossibilità della riposta, inaccessibile e lontana, perché è la stessa domanda (“perché?”) ad essere inaccessibile e lontana.

Resta un film sull’inesorabile necessità di sogno nella realtà, di elementi onirici in una dimensione realistica (reale?). Resta un film sul trucco, sull’inganno, sulla simulazione, sull’ipocrisia, sulla sopravvivenza, sul gioco delle tre carte, sulla mistificazione. Resta un film sul vuoto che si riempie di nulla, sul niente che fagocita la mediocrità, sulla mediocrità che si autodesigna eccezionalità autoreferenziale.

Resta un film che forse non sa cosa dire, ma lo dice così bene da gettarti in uno stato di irrequieto smarrimento e al contempo di sublime nonchalance. Un po’ come Jep Gambardella. Capolavoro incompleto, capolavoro sbagliato, capolavoro malato, capolavoro impossibile. Sull’orlo della disperazione, ma capolavoro.

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