Film | Alain Schneider (1965)

Un occhio travalica lo schermo, stupito, immerso nella cristallinità della sua pupilla, dilatato. La desolazione di un caseggiato di periferia, umido, livido. Vorticosi movimenti di macchina da presa indagano in questo luogo gretto ed angosciato. Un uomo che corre, un po’ attempato. Non si volterà mai prima del finale. Evidentemente si vergogna per come si è ridotto. Dopotutto tutti coloro che ne incrociano il volto si meravigliano della visione, quasi a non volerci credere.

La situazione non cambia all’interno dell’appartamento, anzi, peggiora. L’ambiente è ancora più angusto. L’uomo dal cappotto nero schiva lo specchio – ora abbiamo la certezza che non vuole vedersi. Beckett e Schneider lo attanagliano, non gli danno tregua, vogliono immortalarlo: quest’uomo è Buster Keaton, nel suo triste e disperato viale del tramonto. Il ritmo della messinscena brevissima è quello delle comiche che Keaton recitava ormai moltissimi anni addietro, ma non si può certo affermare che il movente sia il medesimo.

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Il contrasto tra l’apparenza e la realtà, tra l’iconografia giovanile di un comico irresistibile e la raffigurazione decrepita di un vecchio smarrito, è alla base di tutto. L’obiettivo qual è? Dimostrare la grande illusione del cinema, che blocca il tempo ma non la vita. Non può che essere muto, non solo per, come dire?, far adeguare il già scomodo Keato, ma anche perché le parole non servono. Sono le immagine a fare il film. Che non a caso si chiama proprio Film.

L’inganno del cinema di creare un’esistenza parallela non trova che un’eutanasia spietata: solo con un film, un uomo che oramai “vive” il cinema può cantare il suo mesto canto del cigno. La malinconia è lasciata in un angolo di quella stanza umida e afflitta, non tanto per il senso dell’operazione, quanto proprio perché la malinconia è un sentimento troppo piccolo per un qualcosa di così grande. Qui c’è sconforto, attesa per una morte che arriverà troppo tardi rispetto alle “esigenze” del protagonista, che abita il film con il desiderio di volersi suicidare.

Un suicidio metafisico, estetico, formale, artistico, ma assai crudele. Prima che per lo spettatore, per lui stesso in particolare. È la decretazione di una sconfitta senza più speranza alcuna di rialzare la china. Si è chiuso a chiave in quella stanza, e chi più l’ha visto come in Io e la vacca o The General? Nessuno.

FILM (U.S.A., 1965) di Alan Schneider, con Buster Keaton. Sperimentale. ****

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