Le balene d’agosto | Lyndsay Anderson (1987)

La senilità è uno degli argomenti più gettonati al cinema, nella letteratura, nella musica – insomma, nell’arte. In questa preziosa commedia, serena e delicata, la vecchiaia è sublimata a situazione di incandescente tenerezza, non un banale viale del tramonto. Anche perché, se così deve essere trattato, è certamente il viale del tramonto più scintillante e limpido mai comparso sullo schermo.

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«I vecchi occupano le panchine ai parchi per tenere il posto agli innamorati in primavera», dice Sarah, che vive con la sorella Libby su un isola pacifica, luminosa, circondata da un mare mansueto e azzurro che attende da tempo immemore che passino le balene. È agosto, un’estate tranquilla, i colori (e che colori!) di una stagione che lentamente se ne va dopo aver fatto la sua dirompente comparsa. L’autunno è vicino, che fare?

È un film sull’attesa, si aspettano le balene e l’inverno, con il fantasma incombente di quella morte pesante e di cui non si riesce a concepire un’iconografia in un paradiso di quiete come l’isola dove la storia è ambientata. «Le fotografie sbiadiscono, i ricordi durano per sempre» è una frase emblematica, che trasmette tutta la potenza dolce di questo piccolo film di raro garbo: gli occhi delle arzille signore sono sempre gli stessi, nonostante il mutare del tempo che si presenta livido ed impietoso nelle pur eleganti vecchiaie delle due, la memoria è un valore essenziale per capire il presente, rimembrare il passato, concepire il futuro.

Perché un futuro c’è sempre, c’è una attesa alla quale dobbiamo soggiogare beatamente. Come Sarah dipinge i suoi incontaminati litorali erbosi, Anderson cattura l’anima di un mondo sospeso tra realtà ed idealizzazione, con una sobrietà notevole, una gentilezza squisita, come una brezza marina che ti avvolge con simpatica spudoratezza.

A suo modo, lo si potrebbe leggere specularmente a Stand by me: ci sono i medesimi sentimenti, ma affrontati “al contrario”. Mentre lì c’era una formazione, un racconto su un’educazione sentimentale, qui tutto già si conosce, ma è sempre presente quel tocco di ingenuità, di voglia di scoprire la novità che non si è mai incontrata. Lì c’era la conoscenza della morte nei suoi lati più violenti, qui la morte la si aspetta con la pacatezza di chi dalla vita ha avuto tutto, i dolori e le gioie.

Nella sua dimensione teatrale, ha anche un’aurea intimista e sensibile che lo rende irresistibile a chi apprezza i risvolti profondi e quasi spirituali nelle storie d’amore e d’amicizia, di fratellanza e di contemplazione. Se Le balene d’agosto può ritenersi un film memorabile, molti meriti (se non il merito) vanno riconosciuti ai cavalli di razza che corrono con soave classe nell’ippodromo filmico.

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La vivace e strepitosa Bette Davis, nella parte di una vecchietta tagliente e che non le manda mica (gli occhi che hanno stregato il mondo intero costretti a non vedere e ad essere protetti talora da occhiali scuri), e la sublime e deliziosa Lillian Gish, che interpreta la sorella più docile ed eterea, regalano i propri canti del cigno lasciando un ricordo indimenticabile nei cuori, e nelle menti.

Non sono da meno l’elegante Vincent Price e la briosa Ann Sothern, malinconici e squisiti, anche loro da ricordare. I ricordi non sbiadiscono, non se ne vanno. E poi la cosa più bella sta nella vitalità esplosiva di questi personaggi. Un po’ come cantava Bob Dylan in Forever Young. Nonostante gli evidenti segni di una senilità palese, Libby e Sarah sono esempi lampanti di una gioventù silenziosa e forse inconsapevole. Che bello. E quel finale di fronte al mare, aspettando le balene: che pace interiore.

LE BALENE D’AGOSTO (THE WHALES OF AUGUST, U.S.A., 1987) di Lindsay Anderson, con Lillian Gish, Bette Davis, Vincent Price, Ann Sothern, Harry Carey Jr., Margareth Ladd, Mary Steenburgen. Drammatico. ****

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