Che strano chiamarsi Federico | Recensione

Ma la memoria è storia? Nel senso, quale ruolo dare alla memoria nella storiografia? È un dibattito affascinante che va avanti da anni, che si focalizza sull’attendibilità della memoria dei singoli nella ricostruzione della storia collettiva. Partendo da ciò, verrebbe da dire, riferendosi al film: Fellini è la storia, Scola è la memoria.

Ecco, mettiamo le cose in chiaro sin da subito: Che strano chiamarsi Federico (verso di Federico Garcia Lorca, nel prologo) non è una biografia di Fellini, ma un Fellini filtrato dalla memoria di Scola. Un film senile, si dirà, che gioca con la memoria per evadere dalle brutture del presente, certo. L’occasione è duplice: i vent’anni dalla morte di Federico e gli ottant’anni (due anni fa) di Scola, due anniversari che trovano con questo film una celebrazione sensata e non retorica.

Perché, sì, Fellini non è stato mai dimenticato, giammai, anzi, a volte scontiamo ancora i tentati fellinismi di autori in giro per il globo terraqueo e la sua influenza si sente in molti lavori (pensiamo alla Grande bellezza, un film felliniano ma d.F, dopo Fellini, un altro mondo, un’altra vita); e, certo, Scola è l’ultimo, vero maestro in vita della nostra cinematografia capace di lasciare una traccia a futura memoria, a cui forse non serviva un ulteriore film.

Ma, qui stanno la bellezza, l’interesse, la curiosità: senza enfasi, senza caricare niente, azzardando un minimalismo magico a volte solo sussurrato nella sua opera, Scola fa rivivere Fellini e il mondo reale di Fellini, che ha poco a che vedere con lo stereotipo del fellinismo a buon mercato, quello della redazione del Marc’Aurelio (qui l’affetto e la tenerezza nel racconto sono evidentissimi senza mai essere stucchevoli) e delle nottate in macchina ad imbattersi in puttane e madonnari, con il recupero della voce stessa del maestro di Rimini che interloquisce con quella dell’ottantenne regista (con intermezzi realizzati da una voce molto simile, forse evitabile ma va bene comunque) e una serie di figurine che trovano una consistenza non tanto per gli interpreti (spesso, diciamolo, un po’ cani) quanto per la sincerità e la modestia con le quali vengono descritte (tutta la redazione del giornale valga come esempio).

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Scola ha anche il merito di restituire Cinecittà al cinema, palesando i trucchi e gli inganni del mezzo, entrando nella finzione del gioco cinematografico con spudorata nonchalance, osando un apparente dilettantismo che è in realtà calcolato, disilluso e dolce menefreghismo, perché il cinema di Fellini non c’è più, tanto vale smontarlo.

La smentita, però, c’è, in questo cinema della memoria e dei ricordi mai perduti, con uno dei finali più belli di tutto il cinema del primo duemila. Forse perché vi sono gli spezzoni dei film di Fellini in un montaggio libero ed armonioso, forse perché quella bara dentro Cinecittà è un po’ la morte di un mondo che probabilmente non è mai davvero esistito se non sullo schermo, forse perché quella bellocchiana e collodiana fuga finale è un’estensione onesta ed incantata verso quel mondo che, dai, magari esiste, o ci piace pensare che esista.

Ovvio che è imperfetto, ma qui la perfezione tecnica o l’organicità narrativa non c’entrano, diamine. Un metafilm, un meta ricordo, un film-ricordo, la postfazione di una vita e di una carriera più uniche che rare, una carezza necessaria al passato che non passa.

CHE STRANO CHIAMARSI FEDERICO (Italia, 2013) di Ettore Scola, con Tommaso Lazotti, Giacomo Lazotti, Maurizio De Santis, Giulio Forges Davanzati, Ernesto D’Argenio, Andrea Salerno, Sergio Rubini, Vittorio Viviani, Antonella Attili. Docufiction. ****

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