Rush | Recensione

RUSH (U.S.A., 2013) di Ron Howard, con Chris Hemsworth, Daniel Brühl, Olivia Wilde, Alexandra Maria Lara, Pierfrancesco Favino, David Calder. Biografico azione sportivo drammatico. *** ½

Apollineo e dionisiaco, genio e sregolatezza, essenzialità ed esagerazione, ragione e impulso, mente e corpo e potremmo andare avanti per ore. Rush è la resurrezione del film d’inseguimento, e il doppio senso in questa espressione è più che voluto. Ovviamente, sin dal titolo, parliamo di velocità, per di più sulle piste della Formula Uno. Ma l’inseguimento è soprattutto umano, due uomini che si rincorrono per anni, e le macchine sono, se non un pretesto, un mezzo per affermare la propria superiorità.

Da una parte la freddezza e il cinismo di Nicki Lauda, dall’altra il disordine e il fascino di James Hunt. Perché si rincorrono? Perché semplicemente l’uno non sopporta l’altro, ma l’uno non può fare a meno dell’altro, per completarsi, affrontarsi, annientarsi, congratularsi, vendicarsi. Un duello in cui il sangue versato è accidentale per quanto calcolato, in cui la morte si aggira come uno spettro in attesa di palesarsi e nel frattempo si rivela sotto forma di vomito o di sguardi smarriti. Quando metti in conto il pericolo di morire sul serio, d’altronde, perdi tutta la volontà di correre senza pensare ai rischi.

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Che film, Rush. Capace di smuoverti passioni anche se non capisci niente di automobilismo. È naturale che la corsa sia un pretesto per tracciare i profili di due personaggi antitetici che trovano una comune sintesi nel perseguimento di un solo obiettivo: essere campioni del mondo, per riscattare le proprie immagini agli occhi delle famiglie ostili, per la gloria eterna, per il piacere, l’onore e la brama di vincere.

Il rumore delle auto non copre mai le pulsioni dei nostri due eroi, né impedisce di connettersi con il sentimento del tempo: è il sintomo del classico, categoria di cui Ron Howard fa ormai parte di diritto, per la capacità di dare un nuovo senso al cinema popolare nell’era del blockbuster ad effetto e usa-e-getta, comunicando tensione e partecipazione, ma anche distacco.

Benché Lauda sia maggiormente al centro della scena, non è sempre vero che le simpatie si rivolgono verso di lui, personaggio naturalmente antipatico per pignoleria ed apparente presunzione: Hunt, dio in terra, dovrebbe rappresentare la parte “negativa”, più dissoluta e scombinata, ma è inevitabilmente un personaggio che il pubblico è disposto ad amare, perché fa e ha tutto ciò che la maggior parte degli uomini e le donne vorrebbe fare ed avere.

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Il merito è anche di Peter Morgan, autore di un altro scontro infernale senza esclusione di colpi (lo erano, a loro modo, anche la trilogia su Tony Blair e Frost/Nixon) che nulla cede alla retorica e alla ruffianeria. Al di là dell’ovviamente impeccabile reparto tecnico (incetta di Oscar in arrivo?), due parole sui due attori, alle prese con personaggi complicati e sfaccettati: se Chris Hemsworth è la quintessenza della perfezione estetica e l’interprete ideale di Hunt “The Shunt”, Daniel Bruhl nei panni del sobrio e nervoso Lauda trova il miglior ruolo della carriera dai tempi del mai dimenticato esordio di Goodbye, Lenin!.

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