Una piccola impresa meridionale | Recensione

UNA PICCOLA IMPRESA MERIDIONALE (Italia, 2013) di Rocco Papaleo, con Riccardo Scamarcio, Barbora Bobulova, Rocco Papaleo, Claudia Potenza, Sarah Felberbaum, Giuliana Lojodice, Giovanni Esposito. Commedia. ** ½

Tra coriandoli di cielo e manciate di spuma di mare, Rocco Papaleo aveva garbatamente esordito alla regia con un’operina lieve e abbastanza originale, un po’ on the road e un po’ teatro canzone, coronando una carriera da eterno e dignitosissimo non protagonista anche con premi di un certo rilievo.

Al secondo cartellino timbrato dietro la macchina da presa, Papaleo non rinuncia alla coralità (almeno otto o nove attori principali), alla musica come motore narrativo e al tono leggero e fantastico già presente in Basilicata coast to coast: è la stramba storia ambientata in una casa con un faro pressoché abbandonata per decenni che, per una serie di episodi, torna ad essere frequentata da un prete spretato per amore, dal di lui cognato cornuto e tormentato, da una ex prostituta senza casa, da una coppia lesbica formata dalla sorella del prete e dalla sorella della prostituta e dalla madre del prete. L’idea di riqualificare l’edificio (con l’aiuto di una ditta edile meridionale) è l’occasione per ricominciare una nuova vita lontana dal paesello chiuso e bigotto.

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Difficile parlar male di Una piccola impresa meridionale, raro esempio di cinema a cui si vuole bene istintivamente non tanto per qualche motivazione ideologica ma per la sincerità che trasmette in ogni suo istante, per la bontà delle intenzioni dello stralunato Papaleo (diciamolo, artista totale e completo) e per il garbo innato.

Benché il film sia esteticamente bellissimo (gli splendidi paesaggi di un’insolita Sardegna brulla ed incontaminata recitano i luoghi di un ipotetico paese tra la Puglia e la Basilicata: poteri delle film commission) grazie alla luminosa fotografia di Fabio Zamarion e al non scontato apporto della scenografa Sonia Peng (tutta l’ultima parte è una celebrazione del suo talento), è indubbia la presenza di limiti nel disegno dei personaggi e nella struttura della storia.

Ho l’impressione che i personaggi siano scritti meno bene rispetto a come sono interpretati. Gli attori in gioco, divertiti senza essere autoreferenziali, sono ovviamente bravissimi e si nota l’ottima direzione di Papaleo in questo senso. Scamarcio e l’eccelsa Bobulova trovano i ruoli più solari del loro percorso attoriale, Potenza è una creatura di Papaleo, va bene, ma osservate tutta la strepitosa gamma recitativa di Giuliana Lojodice, che in cinquant’anni di onorata carriera ha messo piede su un set cinematografico una mezza dozzina di volte e qui interpreta un ruolo anomalo se non unico nel suo curriculum.

Ma, al di là di questo, lo stesso personaggio di Lojodice è l’emblema della non sempre riuscita costruzione dei personaggi: la risoluzione dei conflitti interiori si annacqua in direzione del finale più riconciliante possibile con l’idea di una commedia in cui tutti devono volersi bene nonostante tutto e tutti.

A me spettatore fa piacere che mamma Stella si integri nel nucleo familiare alternativo dimostrando un’intelligenza e una capacità d’amore non comuni, ma quant’è credibile una settantenne che per mezzo film non ha fatto altro che dire «figli di merda, mi avete sputtanato» improvvisamente diventi la madrina del “nuovo mondo”? Mi inchino di fronte ad un personaggio del genere, ma non ci credo fino in fondo.

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Così come non credo fino in fondo al finale fin troppo metaforico per quanto necessario ai fini del discorso di fondo della storia o al rapporto tra Arturo-Scamarcio e Magnolia-Bobulova, un po’ d’attrazione e un po’ d’affetto. Forse il personaggio meglio scritto è proprio quello di Papaleo che ha la saggezza di non essere protagonista assoluto, malgrado l’evitabile voce off di chiara discendenza teatral-romanzesca.

In ogni caso, nonostante i difetti, è un film che fa ridere e non ti lascia sensi di colpa, forse buonista ma da leggersi secondi i canoni della favola, un’esaltazione della musica (dalle gocce nei secchi d’acqua alle finte tastiere passando per i karaoke e i cori) e dei valori della cooperazione sentimentale, a cui, mannaggia, non si può non voler bene.

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