Oh Boy – Un caffè a Berlino | Recensione

OH BOY – UN CAFFÈ A BERLINO (Germania, 2012) di Jan Ole Gerster, con Tom Schilling, Katharina Schüttler, Justus von Dohnányi. Commedia. *** ½

Se dovessimo riflettere in tutta onestà, un film come Oh Boy noi altri l’abbiamo visto mille volte. Il cinefilo più sgamato potrebbe individuare riferimenti, citazioni ed evocazioni con una facilità quasi imbarazzante (la musica di Allen e l’autobiografismo di Moretti, il tono di un certo Godard e le atmosfere del primo Wenders, il colore di Jarmusch e così via; ma il cinefilo, che forse dovrebbe essere soprattutto spettatore consapevole, sa, o dovrebbe sapere, che è un esercizio assai spesso autoreferenziale ed compiaciuto).

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Il probabile motivo per cui questo piccolo film tedesco è arrivato in Italia, privo di riconoscimenti internazionali e di attori o autori celebri, è da rintracciare nella sua universalità. Storia, situazioni, personaggi sanno parlare un linguaggio universale.

C’è una scena in cui il protagonista (uno splendido e svagato Tom Schilling, più che perfetto nella parte), riferendosi ai clienti di un locale intenti a parlare incessantemente tra loro, dice all’interlocutore di turno (è un film che procede non di rado nella dinamica della coppia) che più o meno tutti loro parlano la stessa lingua. Niko, il protagonista, allude ovviamente al tedesco, ma il linguaggio cinematografico di Oh Boy è universale per duttilità, leggerezza, limpidezza.

Il film racconta una giornata, probabilmente né migliore né peggiore di tante altre, di Niko, plausibile rampollo alto borghese che vitelloneggia neanche tanto allegramente da due anni, cioè da quando lasciò gli studi di giurisprudenza.

Nell’arco di ventiquattr’ore, l’indolente e smarrito ragazzo assai dedito all’alcol si muove in un contesto dominato dall’incomunicabilità (con risvolti abbastanza ironici, come la puntata al bar per bere uno dei tanti caffè non presi della storia) e, tra le tante cose, deve subire il trattamento di uno psicologo per riottenere la patente ritirata per guida in stato di ebbrezza, accompagnare un amico sul set cinematografico di un film sul nazismo (grande fantasma evocato e deprecato in Oh Boy: in Germania il ricordo del nazismo è un dolore da non dimenticare ma da cui si può guarire) e chiedere al padre golfista di risolvere certi problemi economici.

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Personaggio non sempre conciliante, egoista e infantile, Niko porta sulle proprie spalle il peso leggero della storia proprio in virtù dei suoi difetti e della mancanza di autocompiacimento da parte dell’autore, nonostante alcuni cliché del genere comunque efficaci (l’estrazione alto borghese che porta ad un declassamento indotto dal babbo finanziatore; la prestazione sessuale abortita con un personaggio del passato che ritorna, benché in differenti forme).

Le idee vincenti, al netto dell’esimia messinscena e del tono vivace e lieve, sono l’impossibilità di prendere un caffè in una città quasi spettrale nella modernità della sua architettura e nella rielaborazione della sua memoria straziante (su cui si potrebbero individuare metafore su metafore), e una manciata di incontri degni di nota, dalla vecchina con la poltrona elettrica all’attore poco talentuoso che interpreta un nazista innamorato, con un gran finale che tira le somme dominato dalla figura maestosa di Michael Gwisdek.

Un film sulla noia e sull’impossibilità della felicità, che non si piange addosso malgrado il tema: e se fosse l’ultima frontiera del romanzetto di formazione tutto focalizzato in ventiquattro ore per piacere della sintesi, efficacia drammatica e riflesso della nostra vita frenetica? In ogni caso, una bella sorpresa di inizio stagione.

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