Venere in pelliccia | Recensione

VENERE IN PELLICCIA (LA VÈNUS À LA FOURRURE, Francia, 2013) di Roman Polanski, con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric. Drammatico erotico. *****

Spesso e volentieri, il parlare di un film di Polanski finisce per diventare il parlare delle ossessioni del cinema di Polanski, tanto è radicata, nella sua opera, una serie di temi ricorrenti che s’intrecciano e si confondono nella messinscena, mai banale, del cineasta polacco. Mi rifiuto, stavolta, di cadere nella trappola cinefila di spiegare perché un film sia piaciuto o meno ricorrendo alla discutibile oggettività del cinefilo stesso e alla sua memoria pseudo-storico-critica.

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Ad un certo punto, il regista-scrittore-adattatore Thomas, il protagonista maschile, si lamenta del fatto che si cerchi sempre una problematica sociale dietro le storie raccontate da un testo di finzione, o perlomeno che si esiga in ogni caso una spiegazione a qualunque passaggio di una vicenda narrativa. In quel momento, Thomas è Polanski ed è quasi ovvio che si prenda beffa di tutti quei commentatori occasionali che, all’uscita dalla sala, si addentrano in elucubrazioni psicanalitiche su Venere in pelliccia.

Ora, è naturale che il film sia complesso, stratificato, difficile, ma forse il film più lineare di Polanski è Il pianista nella sua tragica ed assurda autenticità. Venere in pelliccia è naturalmente, come spesso gli capita, una summa della sua filmografia, se non un vero e proprio un riassunto delle puntate precedenti, un grande calderone in cui tutta l’opera polanskiana trova una sua ragion d’essere nell’armonia e nella miracolosità della messinscena.

E allora non serve trovare la fissazione del sadomasochismo (all’origine c’è un testo letterario di Leopold von Sacher-Masoch, che destò grosso scandalo ed ebbe un certo successo nella seconda metà dell’Ottocento) o rilevare la claustrofobia degli spazi chiusi o l’insistenza sullo scontro fisico, verbale e mentale dei due personaggi in ballo, non ha senso perché è tutto così plateale e sfacciato da non necessitare di un’interpretazione didascalica.

Ebbene, il film è allucinante, inquietante, ansiogeno, bellissimo. La dimensione teatrale è ormai il luogo ideale del movimento polanskiano. Il gioco al massacro è architettato con una lucidità ed una profondità portentose. Mathieu Amalric è strepitoso per misura, variazione e nervosismo. Emmanuelle Seigner è formidabile nel ruolo della vita che vale una carriera (perché non lo so dire bene, se non rimandando al film stesso).

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È tutto molto banale ciò che ho scritto, forse di dozzinale interesse, ma qui c’è il cinema puro e il cinema puro non va spiegato, specie da uno spettatore senza competenze come tanti altri, va visto e basta. (Poi, certo, potremmo stare ore ed ore a chiederci se non sia altro che teatro filmato, che la pretesa realistica del cinema si pieghi alla rappresentazione della realtà del teatro e tutto il resto, ma non ci ritroveremmo comunque in un circolo vizioso e perpetuo come Polanski, in fondo, sadicamente vorrebbe?).

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