Dietro i candelabri | Recensione

DIETRO I CANDELABRI (BEHIND THE CANDELABRA, U.S.A., 2013) di Steven Soderbergh, con Michael Douglas, Matt Demon, Rob Lowe, Dan Aykroyd, Scott Bakula, Debbie Reynolds. Biografico drammatico. *** ½

Grande melodrammone televisivo diretto da un eclettico regista cinematografico e scritto da una delle penne più strappalacrime d’oltreoceano. Dietro i candelabri si candida ad essere il film(tv) più esagerato dell’anno per una questione meramente oggettiva, se non forse superficiale: il pianista star Liberace è un personaggio assolutamente sopra le righe, sia esteticamente (abbigliamento eccessivo e cafonal-regale, arredamento della casa quantomeno kitsch, ricerca dell’eterna giovinezza attraverso la chirurgia plastica) che caratterialmente (consapevole del proprio ruolo, sa di poter avere tutto e tutti, ma riesce a passare per vittima di un sistema da lui protetto e creato) ed è un rischio quasi naturale che con un tipo del genere ci si dimentichi della storia in sé, specie se l’attore che lo interpreta è in evidente stato di grazia (bentornato Michael Douglas, tra i migliori risultati della sua carriera).

Invece, con i meriti da spartire tra la regia intima ed esperta di Steven Soderbergh e la sceneggiatura melodrammatica di Richard LaGravanese, il film riesce a ricostruire un momento della vita di Liberace in modo abbastanza efficace e lineare (la storia d’amore col giovane bisessuale aspirante veterinario Scott, un memorabile Matt Damon), vuoi anche per le ovvie necessità del committente televisivo, senza negarsi, con una certa perfidia, un sottotesto a tratti, chiamiamolo così, “mélo-horror”.

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Camp finché si vuole (gli spettacoli, le sequenze nell’idromassaggio e in camera da letto), con una deriva trash innegabile (l’episodio della chirurgia plastica è emblematico), il film non butta via niente e amalgama tutto il meglio e il peggio della storia con abilità e precisione, non rinunciando né alle esasperazioni dei lustrini e delle pellicce né alle spiate dai buchi delle serrature, osservando cosa davvero si agiti dietro i candelabri di una vita al limite del piacere e scivolando soprattutto per quanto riguarda il filone della droga (e qui l’apporto di Soderbergh è banalotto).

Sebbene il vero epilogo sia l’addio sul letto di morte tra i due amati, topos del mélo d’ogni tempo, il trionfalistico finale con Liberace in volo e Scott in estasi è certamente una tremenda pacchianata, ma come non si può considerarlo assolutamente pertinente in questo contesto? Ultima partitura musicale del caro Marvin Hamlisch.

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