Blue Jasmine | Recensione

BLUE JASMINE (U.S.A., 2013) di Woody Allen, con Cate Blanchett, Alec Baldwin, Sally Hawkins, Peter Saarsgard, Louis C.K., Michael Stuhlbarg, Bobby Cannavale. Drammatico. *****

Un grande autore è tale se riesce nell’impresa di non adagiarsi sul manierismo più spiccio. In alcuni casi, dimostra la propria grandezza se riesce a rialzarsi dal letargo. Blue Jasmine è il film più bello di Woody Allen degli ultimi dieci anni anche in virtù degli errori compiuti in questo decennio, alle volte risultati della pigrizia (Scoop, Sogni e delitti), altre volte peccanti di ruffianeria (Midnight in Paris) e altre ancora semplicemente imperdonabili (To Rome with LoveVicky Cristina BarcelonaIncontrerai l’uomo dei tuoi sogni).

Non è soltanto l’ingrata visione d’insieme (Allen non è certo riducibile ai prodotti dell’ultimo decennio, anzi) a convincerci del fatto che quest’ultimo film sia il migliore da tempo, ma soprattutto la sua natura così particolare da essere allo stesso tempo coerente e rinnovato.

Si potrebbe partire dall’elemento più evidente, cioè la protagonista femminile, un personaggio dannatamente e squisitamente alleniano ma evoluto strutturalmente ed involuto emotivamente (le nevrosi sono diventate ossessioni, la patina ironico-dissacrante si fa comicamente disperata, non c’è orizzonte, non c’è futuro, solo passato portato all’eccesso), che domina la scena come il Woody dei tempi d’oro senza imitare il Woody dei tempi d’oro: ad interpretare Jeanette detta Jasmine (come il gelsomino notturno, il fiore che fiorisce di notte, la notte blu, della blue moon) è un’immensa Cate Blanchett in un ruolo che grida Oscar in ogni scena inondata dalla sua presenza debordante, devastata, scriteriata, irritante, tenera, buffa.

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La scelta della donna come protagonista, per quanto non sia personaggio oggettivamente simpatico o empatico (ma gli uomini sono ladri, truffatori, traditori, idioti, codardi), è una sfida vinta magnificamente dall’autore Allen, che scrive e dirige con una fluidità e una leggerezza quasi portentose nel dosare equilibri narrativi, nel posizionare oggetti e persone all’interno dell’inquadratura, nel cogliere il dramma interno che si agita esteriormente senza retorica o enfasi.

In qualche modo, questo film piccolo ed intimo, alcolico e scoraggiato, profondamente, cinicamente americano, malinconico e struggente nel suo procedere sull’orlo del baratro, è la sintesi, a lungo cercata, delle varie passioni-ossessioni cinefile di Allen e chissà se non sarebbe dispiaciuto al dio Bergman. Lacrimuccia finale, è forse il film americano che, finora, meglio si sporca le mani e spiega la crisi economica, morale e sociale della classe alta americana.

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