Ruby Sparks | Recensione

RUBY SPARKS (U.S.A., 2012) di Jonathan Dayton e Valerie Faris, con Paul Dano, Zoe Kazan, Chris Messina, Annette Bening, Antonio Banderas, Steve Coogan, Elliott Gould. Commedia drammatica. ***

Non so se consigliare o sconsigliare vivamente questo film ai giovani scrittori nati come enfant prodige locali e finiti nel dimenticatoio dei troppi libri pubblicati oggigiorno. Senza tanti giri di parole, mi sono spudoratamente identificato in Calvin per una serie di elementi sinistramente simili che non svelo in questa sede (per quanto si possa nascondere il fatto che scrivo da quando ero in fasce).

Calvin è tutti noi poveri disgraziati convinti di avere la verità assoluta dentro la penna e nei tasti dei computer, bramosi di controllare coloro che ci sono attorno (che trattiamo alla stregua di personaggi da noi creati) per smanie di dominio assoluto, incapaci di mantenere relazioni umane vere al di là dei nostri interessi antropologici ed opportunisti (ogni persona che ci gira attorno può essere fonte d’ispirazione) e delle effettive necessità di avere qualcuno da torturare con le nostre turbe psichiche.

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Una turba psichica è al centro di questa complessa commedia romantica scritta dalla nipote di Elia Kazan e diretta dagli autori di Little Miss Sunshine: ex enfant prodige in crisi creativa da dieci anni, il ventisettenne Calvin, su suggerimento dell’analista, mette nero su bianco la sua donna ideale e ad un certo punto se la ritrova per casa. Come il recente Moonrise Kingdom, anche Ruby Sparks cerca di reinventare qualcosa all’interno della commedia americana, in questo caso nel filone romantico.

All’origine del film c’è una certa idea di cinema piccolo e al contempo universale, garbato senza dimenticare di essere ambiguo, che ha le sue radici negli anni settanta (Hal Ashby, ancora in attesa della giusta considerazione da parte dei miei coetanei) e che ha trovato buoni film-manifesto nell’ultimo decennio: il gentile e formativo Innamorarsi a Manhattan, il dolente e tenero Lars e una ragazza tutta sua, il potente e malinconico La mia vita a Garden State, l’amorevole e dolce 500 giorni insieme.

Sono film che hanno alla base degli elementi comuni: personaggi adolescenti o post-adolescenti (oramai l’adolescenza finisce a trent’anni, anche per colpa del cinema americano) poco adattabili al mondo circostante cinico e spietato, situazioni simpaticamente e dolorosamente disperate legate ad economie sentimentali disfunzionali (amori platonici che diventano fisici e turbo lentissimi, con eventuale finale lieto), tono medio, cortese e letterato, moderno ma anche anacronistico, un repertorio musicale adorabilmente e snobisticamente vintage.

Non fa eccezione Ruby Sparks, da inserire di diritto in questo interessante filone della commedia romantica. Attraversato dallo sguardo ebete ed irresistibile di Paul Dano (un volto finalmente normale) e dalla vivacità della sceneggiatrice impegnata anche come attrice, il film ha una prima parte formidabile in cui tutto funziona a meraviglia.

Merito soprattutto di un copione che parla di cose che conosce bene (come il preoccupato Chris Messina raccomanda al fratello Dano in blocco creativo), e non tanto le fantasie intellettuali di uno scrittore talmente perverso da credere di avere accanto una sua creazione (si deve stare al gioco dell’allegra enigmaticità del tutto) bensì le dinamiche di una generazione (quella nata negli anni ottanta) che preferisce rifugiarsi nell’onirico ideale ma non artefatto anziché nella realtà brulicante in cui ci si smarrisce senza troppi problemi.

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La storia comincia a perdere quota nella seconda parte quando entrano in scena Annette Bening e Antonio Banderas, non perché i due divi non siano pertinenti (sono sempre bravi e non servivano questi due ruoli per capirlo), ma perché si evidenziano le cose di cui soffre troppo cinema americano contemporaneo medio: la ripetitività di certi elementi monotoni (quante volte abbiamo già visto la famiglia alternativa o i party d’alta società radical chic?) e la tentazione alla dilatazione (qualche minuto in meno non sarebbe guastato e niente avrebbe tolto all’emozione).

Sono però difetti che poco tolgono alla forza di un film che negli ultimi venti minuti raggiunge picchi non indifferenti, con la scena madre con creatore in delirio di potere (cioè Dio) e creatura idealizzata violentata nel suo ruolo di vittima inconsapevole (ossia l’Uomo: chi l’avrebbe mai detto?), con il memorabile monologo nel sottofinale (che cita Salinger e Il giovane Holden, vero nume tutelare di questo tipo di cinema di cui stiamo trattando) e con il finale prevedibilissimo eppure funzionale e necessario.

Film raffinato e dignitoso, più intelligente che divertente, amarissimo e rivolto ad una maturità imminente, ennesimo racconto di formazione americano che impone di non tornare indietro

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