Still Life | Recensione

STILL LIFE (G.B., 2013) di Uberto Pasolini, con Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan. Drammatico. ** ½

C’è qualcosa che non mi convince dentro Still Life. Eppure non riesco a trovarvi mancanze enormi. È un film oggettivamente bello. So che trattasi di apoteosi del controsenso, ma è un bel film. La confezione, innanzitutto, fa ben intendere la capacità dell’italiano d’Inghilterra Uberto Pasolini di calarsi nelle atmosfere del miglior cinema britannico. La pulizia di una messinscena inappuntabile, la delicatezza del tocco, l’apparente grigiore che si risolve in una brillante soavità.

Il tema di Still Life è proprio la morte: il metodico e scrupoloso John May di mestiere si occupa dei morti non reclamati, cioè di quei cittadini deceduti, nel municipio presso cui lavora, privi di affetti. Seppellisce o crema i cadaveri solo in presenza di un totale disinteresse nei confronti di quella vita ormai spenta. Quasi a volerli salvare dall’oblio, conserva le loro foto in un grande album. Quando decidono di farlo fuori, si concede un’ultima indagine per assicurare la pace eterna ad un suo dirimpettaio morto in solitudine.

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È un film forse nascostamente ruffiano, però così piccolo ed intimo da non risultare mai sgradevole, così impossibile da dirgli male, abitato dalla presenza mansueta ed inquieta al contempo di un enorme Eddie Marsan, esemplare lavoro sul corpo, sui dettagli, sui movimenti, che conferisce a John May un’umanità rara e speciale.

Se la prima parte, nei suoi silenzi infiniti, è quasi un documentario su di una solitudine abitudinaria e chiusa, la seconda è un’evidente apertura al mondo da parte di un uomo che sta perdendo la propria funzione esistenziale, nonché una celebrazione della tenacia e della rettitudine dell’impiegato John ormai “benefattore”. Il finale, scontatissimo e con il rischio di una deriva kitsch, ha un suo perché ed elargisce alla storia un adeguato tono incantato.

E allora cos’è che non ha funzionato del tutto? Spesso Pasolini raffredda l’emozione fino a comprimerla, nonostante abbia guizzi di una certa rilevanza e di una qualche poesia. Non si pretendeva il melodramma perché non è assolutamente la sede giusta per compierlo (e grazie a dio), ma, non so, al di là dell’impeccabilità tecnica e narrativa (a suo modo è un film circolare in cui tutto torna), ho l’impressione che non riesca a coinvolgere completamente.

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