Nebraska | Recensione

NEBRASKA (U.S.A., 2013) di Alexander Payne, con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Stacy Keah, Bob Odenkirk. Commedia drammatica. ****

Bruce Dern! Come abbiamo potuto ignorarlo fino ad ora, relegandolo ad una carriera non di primo piano, forse nemmeno all’altezza delle sue potenzialità. O forse doveva andare così, forse questo Woody Grant non sarebbe stato uguale se fosse stato interpretato non dall’attore Dern, ma dal divo Dern. Bruce Dern! Urlerei questo nome fino a domani mattina.

Onore, onore, onore alla scelta di Alexander Payne, per nulla scontata, di affidare una parte del genere a Bruce Dern. Come ci si può esimere dall’ammirare il magistrale lavoro sul corpo di Dern? Quella camminata incerta, barcollante, ricurva. Quei candidi capelli al vento. Gli occhi persi, smarriti, e poi vigili un secondo dopo. La bocca costantemente aperta. E la ferita sulla fronte, quel cerotto che sa raccontare più del semplice incidente domestico di un vecchio alcolizzato. Bruce Dern, chi l’avrebbe mai detto! Potrei anche finirla qua, perché Nebraska, al netto dei suoi problemi e dei suoi difetti, ha il potere di far riconciliare col cinema.

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Mentre gustavo il film, in una sala pullulante di anziani ridanciani, ignoravo ciò che Valerio Caprara aveva scritto in merito al sesto opus (in diciotto anni) del parco Payne, e devo ammettere che anch’io ho pensato a due film in particolare. Il primo è L’ultimo spettacolo di quel Peter Bogdanovich già scorto nell’ultimo Russell, American Hustle (più che altro per il lavoro sui generi), e le motivazioni sono quantomeno ovvie: la provincia agricola americana che si illude facilmente ritratta in un bianco e nero totalmente disilluso, orgogliosamente malinconico e, lasciatemelo dire, tremendamente hipster.

Il secondo è Una storia vera, uno dei più bei film di David Lynch: la vecchiaia, il viaggio, l’ultimo desiderio prima di morire. Al di là di questi due numi tutelari, il film di Payne vive davvero di vita propria, non ha bisogno di brillare di luce riflessa, di evocazioni esterne: è tutto racchiuso nelle musiche nostalgiche di Mark Orton e dentro le immagini limpide e meravigliose di Phedon Papamichael, capaci di cogliere al contempo la grettezza e la noia dei provinciali americani e la lucentezza candida ed incantata di Woody.

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Che è un personaggio memorabile, forse malato di qualcosa legato alla memoria (o probabilmente «si fida solo di quello che gli dicono le persone», come dice il figlio David, l’ottimo Will Forte), alcolizzato per una vita (da bambino David gli nascondeva le bottiglie: «non sai quanto mi sei costato!» si lamenta il padre), reo confesso di non essersi mai davvero innamorato della petulante e caustica moglie (una grandiosa June Squibb con almeno due scene da antologia: il cimitero e il furto sbagliato) e forse ancora cotto della vecchia giornalista di paese (Angela McEwan), generoso senza rendersene conto, fondamentalmente buono.

Si convince di aver vinto un milione di dollari, non si accorge della truffa, custodisce gelosamente il biglietto vincente (la sequenza nel pub in cui fissa a lungo Stacy Keah: Bruce Dern!) e alla fine riesce a vincere lo stesso. Bruce Dern! Che attore immenso. Nebraska è Bruce Dern e Alexander Payne deve soprattutto a lui la splendida riuscita di questo piccolo ed inatteso capolavoro.

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