Tutta colpa di Freud | Recensione

TUTTA COLPA DI FREUD (Italia, 2014) di Paolo Genovese, con Marco Giallini, Vittoria Puccini, Anna Foglietta, Laura Adriani, Alessandro Gassman, Claudia Gerini, Vinicio Marchioni. Commedia. **

La commedia cerca sempre qualcuno con cui prendersela, spesso si accanisce proprio sui suoi protagonisti, a volte, però, tende a additare qualcuno o qualcosa come responsabile dei disastri che mette in scena, prevalentemente di natura sentimentale. E allora diamo la colpa all’amore (che perlomeno ci ha insegnato a detestare Reese Witherspoon) o alla musica (per giustificare il mediocre film di Ricky Tognazzi), tanto non possono ribattere, così come non possono ribattere Giuda (e chissà che penserebbe del musical di Davide Ferrario), Voltaire (che direbbe delle lesbiche di Kechiche?) né tantomeno tutto il Paradiso (quando Francesco Nuti era un campione d’incassi).

Freud ci mancava e, anche se non sta a noi affermarlo, dovevamo aspettarci, prima o poi, che qualcuno accusasse il padre della psicanalisi, un bel capro espiatorio che dio ce lo manda. Tutta colpa di Freud è l’idea più dignitosa partorita dalla creatività dell’ormai sgonfio Leonardo Pieraccioni da quindici anni a questa parte, nonché l’opus numero cinque della carriera da solista di Paolo Genovese (più altri tre in coppia con Luca Miniero).

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Genovese crede nella commedia: crede proprio nel suo armonioso potenziale narrativo e nel suo essere genere espandibile e multiforme, ha modelli tanto illustri (la tanto cara e graffiante commedia all’italiana) quanto disattesi (c’è più un’atmosfera da cinema malincomico anni ottanta), ha fiducia nella coralità e nelle divagazioni dell’istituto familiare (Immaturi, nomen omen, lo ricerca nel gruppo di amici; in Una famiglia perfetta se lo inventa in una finzione teatrale) e, soprattutto, guarda altrove, ambisce ad un’internazionalità che potrebbe tranquillamente permettersi.

La Roma del film, per dire, è bellissima e cartolinesca (terrazza col cupolone sullo sfondo, Campo de’ Fiori, il teatro dell’opera, perfino il lungotevere celebrato da Paolo Sorrentino), esportabile e anonima se non fosse per certe cadenze degli attori (ah, il nostro cinema romano centrico!). Come nella citata (esplicitamente nel film, in un tentativo di metasceneggiatura ben poco convincente) commedi(ol)a americana di inizio millennio, i caratteri sono tranquillanti e circolari: il cambiamento paventato da tutti i personaggi ha l’obiettivo di rientrare nei ranghi entro la fine del film, nonostante l’apparenza voglia far intendere che, sì, i nostri eroi un po’ cambiano, mica pizza e fichi. E invece sì, dobbiamo avere il coraggio di mangiare pizza e fichi.

Il difetto principale di Tutta colpa di Freud risiede esattamente nel suo ambire ad essere “diverso” (“stavamo diventando normali” si lamenta annoiato, ad un certo punto, il marito fedifrago Alessandro Gassman) eppure così ordinario, senza mordente, e, soprattutto, così inevitabilmente, ineluttabilmente, sconsolatamente carino. Che sia un film piacevole nessuno lo mette in dubbio. Lo è innanzitutto da un punto di visto estetico, benché ruffiano (ma la ruffianeria, se ben dosata, può essere anche gradevole).

L’ottimo Marco Giallini è l’interprete ideale del dottor Francesco e gioca di sottrazione con attenzione e sensibilità (ma il suo personaggio non è sempre credibile), così come Anna Foglietta sguazza bene nella commedia e nel ruolo più vitale della storia. Genovese (anche sceneggiatore unico) sta cominciando a dimostrare uno stile personale e, al di là dei gusti, di un certo interesse, ma deve lavorare sul ritmo e sui tempi: centoventi minuti per una storia che avrebbe preteso leggerezza e rapidità sono troppi.

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Il suo film è un emblematico prodotto del nostro tempo, è la più patinata evoluzione del radicalismo chic negli anni della grande crisi: sì, non c’è lavoro, gestiamo una libreria e ci concediamo il lusso di non vendere un bestseller (che stai a scherza’? le cinquanta sfumature te le vai a fa’ ar parrucchiere), e poi, dai, è figo fare colazione nel bar alternativo o cenare in quel localino vintage (prima o poi qualcuno dovrà spiegarmi quale sia il confine tra vintage e vecchiume, o, per dirla meglio, quale sia il grado di stucchevolezza che indica che una cosa vecchia è pure vintage), tanto c’è papà che guadagna risolvendo le turbe altrui (e magari anche le nostre, vuoi mettere avere uno psicanalista in famiglia?).

Tutta colpa di Freud è figlio di un mondo cinematografico che ci sta annoiando ogni film di più, e per di più è un film fighetto. (Ma soprattutto: per quale diavolo di motivo Claudia Gerini passeggia tutto il giorno sotto lo studio di Giallini? come ammazza il tempo Claudia Gerini?).

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