Olive Kitteridge | Recensione

OLIVE KITTERIDGE (U.S.A., 2014) di Lisa Cholodenko, con Frances McDormand, Richard Jenkins, Bill Murray, Zoe Kazan, Rosemarie DeWitt, Peter Mullan, John Gallagher Jr., Ann Dowd. Drammatico. ****

Questa storia che la televisione è d’improvviso diventata la patria della qualità che il cinema non darebbe più è assai discutibile. D’altronde anche negli anni cinquanta ci fu un fenomeno simile, naturalmente coi poveri mezzi dell’epoca, ma sia da un punto di vista squisitamente di contenuti che in quanto onesto apprendistato professionale, molte serie antologiche hanno ridato la linfa ad un cinema che non raccontava più la quotidianità (l’esempio principe è Marty, vita di un timido, che prima di trionfare agli Oscar fu un originale televisivo) e viceversa ha dato possibilità di formazione e crescita a registi poi entrati nel giro del cinema (Sidney Lumet, Arthur Penn, Delbert Mann, Robert Mulligan…).

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Che poi il discorso si sia interrotto a favore della lunga se non lunghissima serialità eccetera non è importante: ciò che mi interessava sottolineare è che i rapporti sono sempre esistiti nella consapevolezza che trattasi di media diversi con linguaggi diversi. La nuova ondata di televisione di qualità risponde ad almeno un’esigenza di fondo: raccontare qualcosa che il cinema in questo momento ha difficoltà di raccontare, vuoi per un sistema industriale non particolarmente interessato a sfruttare ciò che fluttua tra il blockbuster commerciale e l’universo indie, vuoi per trovare il respiro e le forme che il cinema non permette.

In qualche modo, vuoi o non vuoi, stiamo sempre lì: la televisione interviene nel momento in cui il cinema non sa che fare. Cosa presentano i tv movie americani degli ultimi trent’anni (perlomeno fino a quattro o cinque anni fa), per dire? Grandi biografie un po’ didattiche ma oneste, melodrammoni e lacrime movie, adattamenti letterari, con qualche gemma qua e là.

Che vuol dire? Che forse il cinema come sistema riusciva a creare lo spazio e soprattutto il pubblico per film non spinti dalla grancassa commerciale? Forse, non lo so. Certo è che, giusto per fare un esempio, quasi tutti i tv movie candidati ai Golden Globe (che vale da indicazione) negli ultimi quattro anni in un’altra epoca sarebbero stati film per il cinema.

Prendiamo Olive Kitteridge. È tratto da un best seller particolarissimo e contemporaneo (dieci racconti che compongono il romanzo esistenziale di una donna e della comunità in cui vive) ed è diretto da una regista con crescente potere contrattuale. Ed è un grandissimo film, solo che è girato per la televisione. Per scelta?

Direi di sì: quattro ore conferiscono il giusto respiro ad una storia che fa della lentezza inesorabile il proprio indispensabile ed affascinante ritmo, perché tanto il racconto vive delle sensazioni e dei sottotesti di personaggi che paiono campare senza un progetto quanto il film assai raramente rinuncia ad un’andatura fluida, scorrevole e soprattutto intrigante come mezzo televisivo giustamente comanda.

Perché è un grandissimo film? Semplicemente perché è costruito magnificamente. Dove rischia di limitarsi all’accumulo di informazioni in queste cronache marittime, ecco che ti presenta lo schizzo di un personaggio del quale vorresti sapere di più e un momento dopo ti rendi conto di sapere ogni cosa proprio in virtù di quello schizzo.

Qualche esempio: la pianista che canta sullo sfondo, la donna che cade in mare, la madre dell’alunno scriteriato, Bill Murray (e basta il nome per comunicare un certo mondo di malinconie e capriole sentimentali). È vero che qualcuno scompare all’improvviso e qualcun altro compare in modo inconsueto, ma l’intento è esattamente quello di lasciare la suggestione di un’esistenza senza certezze, tantomeno di persone stabili.

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La stabilità è data dal matrimonio che Olive consuma con un uomo che non sa amare abbastanza e il fatto è già abbastanza tragico per costruirci sopra un film (ma lo strepitoso Richard Jenkins l’ama davvero?). Solo che, approfittando della possibilità di dilatarsi, per quanto non bulimicamente, la sceneggiatura di Jane Anderson si concede il lusso di scavare nei giardini, saltare tra i piani temporali, ascoltare il silenzio dell’attesa perenne di qualcosa che non si sa cosa sia. O che forse non esiste. Non accade niente di straordinario in Olive Kitteridge, ma non accade così bene che fino in fondo vorresti non accadesse proprio niente di straordinario pur di godere dell’ordinaria amministrazione della sua vita.

Certo, qualcosa, specialmente nella quarta parte, non funziona del tutto, lo stesso incontro finale con la possibilità di un amore è forse troppo telefonato, non lo so, come se ad un certo punto il film mostrasse un accenno di fiatone che non mi aspettavo affatto. Comunque un grandissimo film che ha bisogno della televisione perché al cinema avrebbe assai paradossalmente perduto l’asciuttezza e l’essenzialità che abitano la sua lunghissima durata.

È già stato detto da qualcuno prima di me che ha trovato il termine giusto e quindi voglio ribadirlo anche io: antieroina di un romanzo senza idillio, Olive, che non ha alcuna pretesa sociologica, metaforica o rapsodica, è una monumentale Frances McDormand.

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