Allacciate le cinture | Recensione

ALLACCIATE LE CINTURE (Italia, 2014) di Ferzan Ozpetek, con Kasia Smutniak, Francesco Arca, Filippo Scicchitano, Carolina Crescentini, Carla Signoris, Elena Sofia Ricci, Francesco Scianna, Luisa Ranieri. Mélo. **

Per giustificare il titolo del suo ultimo film, Ferzan Ozpetek ha tirato in ballo le turbolenze dell’amore che scuotono il nostro percorso esistenziale e via dicendo. Strano, perché, in realtà, dubito che dietro quel titolo non aleggi il fantasma del melodramma americano, o perlomeno l’evocazione di Margo Channing, alias sua divinità Bette Davis, che in Eva contro Eva invitava ad allacciarsi le cinture per salvarsi dalla burrasca.

D’altronde quel cinema lì, suprema espressione di un equilibrio ineguagliato tra necessità autoriali e esigenze produttive, tra sobrietà manifesta e divampante melodrammaticità, è il punto di riferimento di Ozpetek, com’era emerso, tra l’altro in maniera quasi debordante, nel precedente Magnifica presenza.

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Che dire, insomma, di questo Allacciate le cinture, storia d’amore e d’amicizia lunga tredici anni? Senza girarci attorno, con l’eccezione dell’irrisolto, spersonalizzato ma coraggioso Un giorno perfetto, è il risultato più debole del finora felice percorso di Ozpetek per due o tre motivi, che risiedono soprattutto sulla superficie dell’opera, incapace, assai spesso, di scavare nelle profondità di una storia potenzialmente fortissima.

Innanzitutto i due attori principali: se da una parte ben rappresentano l’istinto animalesco di chi si sceglie vuoi per l’odore vuoi per la bellezza del corpo (una pura e liberatoria attrazione ferocemente fisica), dall’altra non riescono a trasmettere la crescita di quell’amore, tanto che appaiono poco convincenti i dialoghi squisitamente sentimentali, specialmente nei momenti più duri ed emozionanti del film (cioè quelli in ospedale, ma con la parziale eccezione della bella scena in cucina dopo la partita di calcetto).

Al netto della sofferta e significativa prova di Kasia Smutniak, probabilmente la responsabilità maggiore sta nella scelta di Francesco Arca, attore semplicemente immaturo a cui non riesce il “miracolo Argentero”, malgrado l’impegno sia fuor di dubbio ed evidente perlomeno nella devozione alla causa (per uno che ha fatto della maschia perfezione del corpo la propria fortuna, ingrassare male come nella seconda parte è una bella sfida). Se in un film così sfacciatamente sentimentale si sbaglia la coppia protagonista, forse non all’altezza di creare davvero empatia col pubblico, il danno è difficilmente risanabile.

Ma le responsabilità vanno ascritte anche alla sceneggiatura di Ferzan e Gianni Romoli, di nuovo insieme dopo la parentesi procacciana, che sembra avere l’ansia di tirare le somme di una carriera più che decennale (la Lecce di Mine vaganti, i personaggi omosessuali de Le fate ignoranti, le zie di Cuore sacro, il gusto camp di Magnifica presenza, il tempo che scorre…) senza però trovare la quadra nel calibrare le situazioni messe in gioco.

I titoli di coda ci suggeriscono l’idea che il film sia stato oggetto di tagli in moviola, credo abbastanza travagliati considerate la generosità e la bulimia di Ozpetek, ed è forse la vera causa della debolezza del film: una storia così avrebbe meritato un più ampio respiro, più cura della narrazione, meno didascalismi per spiegare evidenze, magari anche una mezz’ora di troppo per suggerire un taglio più spudoratamente rapsodico alla normalità quotidiana della grammatica sentimentale.

Fare, insomma, di Allacciate le cinture, un grande romanzo melodrammatico che ingigantisce i tredici anni dell’arco narrativo e non un piccolo racconto sentimentale nonostante i tredici anni dell’arco narrativo. Così, invece, spaccia i vuoti narrativi per ellissi temporali, dà spazio a parentesi inutili (l’incubo in cui tutti sono vestiti di bianco) e, per esempio, si perdono per strada personaggi che, sulla carta, paiono importanti (Francesco Scianna e Carolina Crescentini) e crescono due potenzialmente superflui (la pur divertentissima Luisa Ranieri e Giulia Michelini).

Dalla sua parte ha una regia squisita e leggiadra che s’inventa qualche piano sequenza interessante (il bar da giorno a notte) e fonde con un certo gusto l’iterazione tra passato e presente (l’incidente sfiorato tra la jeep e la moto). Inoltre, è curioso osservare come questo sia probabilmente il film con maggiori suggestioni omoerotiche nel cinema di Ozpetek, tanta è l’insistenza sul corpo maschile accarezzato con selvaggia ammirazione, molto più che in altre situazioni (si pensi a Favino e Argentero in Saturno contro).

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Dalla sua ha anche un reparto tecnico in gran forma, dal montaggio serrato di Patrizio Marone alla calda fotografia di Gian Filippo Corticelli fino alle carezzevoli musiche di Pasquale Catalano. Dalla sua ha il recupero dell’indimenticato Rino che canta la stupenda e struggente A mano a mano sui titoli di coda. Dalla sua ha un ottimo gruppo d’attori che si lascia dirigere affettuosamente, come sempre gli capita.

Accanto alla partecipazione buffa e dolente di Paola Minaccioni, si segnalano la splendida performance di Filippo Scicchitano e, soprattutto, le più belle figure del film, la mamma Carla Signoris e la zia Elena Sofia Ricci, magistrali nel suggerire un amore mai dichiarato allo spettatore se non negli sguardi di chi non ha bisogno di parole. Ma sono pregi che, purtroppo, non permettono ad un film tanto ambizioso quanto sbagliato di andare oltre la modestia, ed è un peccato.

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