Lei | Recensione

LEI (HER, U.S.A., 2013) di Spike Jonze, con Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Chris Pratt. Fantascienza drammatico sentimentale. *****

I due film americani, a mio avviso, più importanti dell’anno appartengono parimenti al genere fantascientifico, naturalmente declinato in differenti modi. Da una parte c’è la fantascienza pura di Gravity, un film con cui dovremo fare i conti negli anni che verranno per la sua capacità di ricreare con meravigliosa e tecnologica pedanteria l’ignoto spazio profondo.

Dall’altra abbiamo questo Her, ossia la fantascienza contaminata col melodramma assoluto, spruzzata di commedia sentimentale, velata di imponderabile grottesco, segnata da un’angoscia esistenziale che si congiunge con la distopia ai tempi dell’amore liquido.

Sono due film, certamente lontani, che immaginano un mondo che già esiste: l’uno è talmente lontano da essere oramai vicinissimo, comunque immerso in un’atmosfera in cui la finzione è al servizio della scienza per rappresentare ciò che potrebbe accadere in una condizione disperata distante dal pianeta Terra; e l’altro pure è così lontano ma così vicino, con la differenza che è ambientato nel pianeta Terra, in un’epoca indecifrata nella quale ci si veste come vintage impone, l’invecchiamento non esiste (quanti anni può avere la struccata, livida, eppure bellissima, Amy Adams? e quanto dovrebbe o potrebbe dimostrare lo stesso protagonista? è realistica la donna-bambola senza rughe, senza espressione, senza segni del tempo di Portia Doublebady?) e il progresso è al servizio dell’uomo.

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E, non meno importante, va evidenziato che in Her è la scienza (nel senso del progresso scientifico, dai comandi vocali ai sistemi operativi talmente avanguardistici da sfondare la materia) ad essere al servizio della finzione scenica. L’amore ai tempi dei sistemi operativi a cui non riusciamo e non possiamo stare dietro, si potrebbe dire non a torto, perché, in fin dei conti, Her è il melodramma più struggente, straziante, perturbante, inquietante degli ultimi anni, due o tre spanne sopra l’indimenticato Non lasciarmi, una storia d’amore disperato, in un mondo distopico neanche tanto lontano dal nostro, coi dovuti limiti, che ha qualche debito con la poetica dell’alienazione (chi si parla realmente faccia a faccia, a parte i pochi amici? quanta gente, per strada, parla da sola con l’auricolare nell’orecchio? è sbagliato affermare che la comunicazione è un qualcosa di deputato soltanto al sé trasmesso nel proprio feticcio elettronico?) e con l’incomunicabilità del cinema degli anni sessanta.

E qui sfondiamo un’altra porta gustosamente referenziale, in una piccola parentesi che dovremmo doverosamente mantenere tale: Her è un altro prodotto di quella tendenza del recente cinema americano di guardarsi indietro, in una sorta di riflusso del riflusso che già si era notata con American HustleNebraska e, parzialmente, in The Wolf of Wall Street. Un’idea di cinema che, insomma, innova la propria identità sciacquando i panni nel fiume che già navigammo anni orsono, in cui scorre la nostalgica necessità di riconnetterci con l’amore, anche materiale, col mezzo cinematografico.

I film citati sono prodotti realizzati ovviamente bene, che sanno ciò che vogliono e, soprattutto, hanno la consapevolezza di avere un grande patrimonio dietro le spalle, che sia personale (l’ultimo Scorsese è una summa mai antiquata né imbalsamata dei magnifici stilemi dell’autore) o affettivo (la cinefilia di cui si nutrono, per esempio, Russell o Payne ha a che fare con una appassionata, consapevole, studiata, cosciente e non autoreferenziale cinefilia molto seventies, da Bogdanovich ad Ashby passando per Rafelson e Pollack).

Lo stesso Her, nei malinconici colori pastello del futuro che racconta, fa i conti proprio con quel passato lì, potrebbe essere un film di quell’epoca tanto è fuori dal tempo nella concezione meno ristretta dell’espressione, si estranea dal presente più limitante per librare in un territorio senza paletti, esattamente con la stessa libertà di cui si nutriva la New Hollywood.

Chiusa la parentesi, tornando alla cronaca, Her rischia di diventare un piccolo cult a futura memoria per lo splendido equilibrio con cui volteggia sullo schermo, tra la gentilezza del tocco e l’angoscia della delusione, la dolcezza lancinante di una canzone dell’amore perduto e lo straniante tormento di una solitudine inespressa. Un film davvero contemporaneo nel suo spudorato sfruttamento del progresso scientifico ai fini di una spericolata narrazione sentimentale, magari con qualche minuto di troppo eppure così efficace da risultare pertinenti nonostante il ritmo perda di quota nella seconda parte.

Non ho citato, fino ad ora, l’autore totale di Her: sia sufficiente dire che, proponendo questo film che è al contempo punto di svolta e di rottura in una carriera e sintesi stessa di un’intera carriera, Spike Jonze ha superato se stesso nel calibrare spettacolarmente commedia e melodramma, distopia e utopia, sentimento e ossessione, paura e amore.

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Orchestra con esemplare armonia l’apparato tecnico in campo, dalle immaginifiche scenografie di K. K. Barrett e Gene Sardena alle tenere musiche degli Arcade Fire. Nei panni di Theodor, un uomo comune che probabilmente ha più di un problema nel gestire la propria economia sentimentale e che scrive lettere d’amore per conto terzi (un mestiere che appagherà di certo l’ego, ma che è, ad onor del vero, di una sconfinata tristezza), Joaquin Phoenix è stupendo (e scandalosamente escluso da tutte le candidature per i premi su piazza).

Un unico appunto da muovere alla scelta, nell’edizione italiana, della voce di Micaela Ramazzotti per Samantha, non sempre in felice convivenza col resto del professionale doppiaggio. Senza eccessi di talebanismo cinefilo, Her, per dire, è uno di quei film da vedere necessariamente in lingua originale.

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