Noi 4 | Recensione

NOI 4 (Italia, 2014) di Francesco Bruni, con Fabrizio Gifuni, Ksenia Rappoport, Lucrezia Guidone, Francesco Bracci Testasecca, Milena Vukotic. Commedia drammatica. ** ½

Sulla carta, Noi 4 è il classico film italiano da evitare come la peste: piccola storia di una famiglia disfunzionale e piccolo borghese sullo sfondo di una Roma quasi estiva in una giornata particolare. Di primo acchito, l’allusione al termine volgare con cui ci si riferisce agli organi genitali maschili pare più che appropriata. Scansando le trivialità, alla prova dei fatti, è un film debole con molti spunti di riflessione.

Per esempio: le scene fondamentali per la vita di alcuni personaggi (l’esame di Giacomo, lo spettacolo di Emma ma anche l’esito del suo test) restano fuori dal racconto, come a sottolineare il fatto che è più importante il come si arrivi ad un certo punto e non il come si viva direttamente quel certo punto.

Oppure: la funzione dei monologhi che illustrano lo stato di certi personaggi nell’economia familiare (lo sfogo di Lara dal chirurgo, il riepilogo di Giacomo alla cinesina di cui è innamorato, le sfuriate di Emma) con una funzione, se vogliamo, meramente didascalica (e a proposito, si sprecano i “figlio mio/figlioletto/paparino/mammina” quasi si volesse ribadire ogni volta gli elementari legami parentali).

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Viceversa: se il tema, delicatissimo e neanche tanto banale, è la possibilità della felicità, le cui conclusioni, tutto sommato, sono lasciate allo spettatore perlomeno alla fine della catartica puntata al lago, mi pare che tutta la parte finale, così prevedibile e funzionale, sia pervasa più di calcolo melodrammatico che di effettiva speranza, come se l’auspicata felicità della famiglia riunita sia il paravento per arrivare ad un’agognata e matematica chiusura del cerchio, in cui tutti possono essere felici in nome della riappacificazione di una famiglia in fondo mai del tutto disgiunta.

Ora, tutto ciò induce a considerare Noi 4 un film deboluccio, che sceglie, pur faticosamente, la via più semplice (e vissero tutti felici e contenti) in nome di un coraggio non tipico del cinema d’autore italiano, votato, si sa, all’irrinunciabile coscienza dell’infelicità.

 

Il film ha, comunque, una serie di significativi pregi, perlomeno nel suo genere, più volte replicato. Ha una sceneggiatura di ferro (specialmente fino al momento sul lago) che conferisce all’azione un buon ritmo, raggiungendo un equilibrio abbastanza inconsueto tra dramma familiare e commedia piccolo borghese.

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Sceneggiatura, tra l’altro, che si fa forte grazie alla sapiente scrittura di almeno tre personaggi: Giacomo (il bravissimo Francesco Bracci Testasecca), che parla come può parlare un ragazzetto di tredici anni senza i moralismi o le assurdità a cui siamo stati abituati ultimamente; e Lara (ottima Ksenia Rappoport in un ruolo che, secondo una ovvia scelta di casting, sarebbe tranquillamente andato a Margherita Buy), che fa dell’ansia materna una propria cifra esistenziale senza cadere nel macchietti stico; e, più marginale, Albertina (bentornata Milena Vukotic), l’amica di Lara, che in due o tre scene racconta un mondo di insicurezze senili e di mature consapevolezze.

Qualche riserva le esprimerei su Ettore (un Fabrizio Gifuni leggero e fascinoso) e Emma (la ronconiana Lucrezia Guidone), forse per via della loro natura artistica che ha degli aspetti troppo inflazionati per risultare davvero interessanti.

C’è, poi, la rappresentazione di una Roma tutt’altro che affascinante almeno per una ragione fondamentale: i tempi, cioè le perdite di tempo per spostarsi da un capo all’altro dell’immensa città, simboleggiata dagli interminabili lavori della metropolitana che l’ingegnere Lara supervisiona.

E c’è, infine, l’apoteosi dell’incomunicabilità espressa dall’abuso di comunicazione telefonica (in novanta minuti ce ne sono almeno una trentina con gente al cellulare) e dalle rivelazioni tra familiari, che smontano convinzioni sedimentate da anni per mancanza di chiarezza e di franchezza.

Per questo non mi sento di bocciare Noi 4, lavoro pulito pur difettoso di Francesco Bruni, uno dei più esperti ed oggettivamente bravi sceneggiatori nostrani, al secondo film dietro la macchina da presa dopo Scialla! (c’è pure un cammeo di Filippo Scicchitano), capace anche di una certa ironia metalinguistica quando, cantando in macchina, Lara si lamenta, alludendo così al topos della cantata in macchina che Nanni Moretti inaugurò ne La stanza del figlio.

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