Quando c’era Berlinguer | Recensione

QUANDO C’ERA BERLINGUER (Italia, 2014) di Walter Veltroni. Documentario. ** ½

La nostalgia, malattia senile del comunismo. Potremmo cavarcela così, con una botta di cinismo un po’ reazionaria, in fondo alla moda, sinistramente masochistica. Il fatto, in realtà, è che la nostalgia è la malattia esistenziale del comunismo italiano, anche di coloro nati dopo la caduta del muro.

Insomma, di tutta quella gente che sente il bisogno di ascoltare come si stava bene quando c’era Berlinguer, compreso il sottoscritto. Non ha senso nasconderlo: io sto da quella parte lì e so che questo film è rivolto alla gente come me, è un’operazione innanzitutto squisitamente culturale che ha l’ambizione di diventare una delle colonne portanti dell’ideale, mai realmente costruito, pantheon della sinistra moderna.

Perché Berlinguer? La domanda non è pertinente, perché la risposta è scontata, al netto della mitologia berlingueriana che la struggente scomparsa del leader comunista ha reso ancora più mitologica. Perché sì, perché pur nella coscienza di essere una forza di opposizione ha tentato di creare un partito pseudo governativo, perché ha raggiunto insuperate vette di consenso popolare, perché era onesto, una brava persona e tutto il resto.

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La domanda vera è un’altra: perché il Berlinguer di Veltroni? perché il regista Veltroni, autore totale, insomma? L’elemento più importante di questo documentario, tutto sommato classico, inevitabilmente interessante ma anche fatalmente risaputo (specie al pubblico cui si rivolge, che comunque ama sentire certe storie mille volte, in nome di quella mitologia di cui prima), sta nella visione dell’autore.

Veltroni, con scaltra abilità, non realizza l’agiografia di un politico, ma costruisce, attraverso filmati, foto ed interviste, una testimonianza fieramente e necessariamente di parte, senza pretese di oggettività né di obiettività, immolando tutto sull’altare della passione politica (a dire il vero talmente assoluto nei valori che propugna, dalla pace alla democrazia, ché quasi ti dimentichi dell’appartenenza ad un certo partito, tanto è universale il messaggio) e della passione personale nei confronti dell’uomo (di cui viene raccontata anche la dimensione privata).

Al di là della sua evidente medietà artistica, è comunque il commovente ritratto di un uomo giusto e probo, protagonista, disgraziatamente dentro una bara, della più importante, struggente ed oceanica manifestazione di massa del dopoguerra. Il vero obiettivo del film sta proprio nel cercare di capire il senso di quella folla, le lacrime spontanee e la partecipazione inevitabile ad una cerimonia in cui si piangono la scomparsa di un simbolo e la fine di un movimento.

Da un punto di vista di sceneggiatura, Veltroni si serve di una struttura abbastanza palese: parlano i vecchi saggi (re Giorgio, pur commosso ed istituzionale, omette di ricordare gli aspri conflitti con Berlinguer; Scalfari in abbigliamento hipster sermoneggia come mal gli capita ultimamente; il più incisivo è il grande Tortorella che non rinuncia alla stoccata contro Veltroni e gli ex giovani del nuovo corso occhettiano) e una nuova leva (evitabile e banalotto Jovanotti), e a restare impressi, a parte il toccante commento finale di un malatissimo Ingrao, sono i non politici, cioè la figlia ormai direttora del Tg3 (un’emozionata Bianca), il devoto caposcorta e l’operaio padovano che lo vide morire sul palco; gli antagonisti o non hanno facoltà di parola o lasciano segni verbali terribili e violenti (Craxi, Andreotti, Sindona).

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Veltroni, accusato da sempre di essere buonista, conosce benissimo la macchina cinematografica popolare e sa che lo spettatore è indotto a piangere più facilmente se c’è qualcuno che piange sullo schermo: è difficile non commuoversi quando i testimoni si commuovono loro stessi ricordando Enrico, ma, e qui risiamo al punto di partenza, lo spettatore-tipo di questo film vuole piangere guardando il film, pretende di commuoversi, necessita di sentirsi parte di qualcosa oggi inconcepibile se non nella nostalgia.

La reazione tipica di fronte alla sequenza iniziale, quella ormai celebre in cui i ragazzi rispondono fantasiosamente alla domanda su chi sia Berlinguer (la peggiore è la tizia che accusa il sistema scolastico), è quella che Veltroni e lo spettatore-tipo si aspettano: indignazione. A livello storiografico ci sono omissioni, discrepanze e difetti su cui si potrebbe parlare a lungo. Poco importa, perché non è un film storico: è una dichiarazione d’amore per un mondo scomparso. Ecco, ci risiamo, questo film è un rifugio.

Lo stesso finale, che personalmente ho trovato interessantissimo, con i cinematografari al picchetto d’onore e impegnati ad organizzare il documentario sul funerale (si riconoscono, tra gli altri, Fellini, Mastroianni, Lizzani, Magni, Scola, Vitti, Ralli, Pirro, Pontecorvo…), confermano la vocazione alla nostalgia che questo film, in cui di base niente di nuovo si rivela, abilmente riesce a celebrare senza controllo.

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