Nymphomaniac | Recensione

NYMPHOMANIAC (Danimarca-G.B.-Francia-Belgio, 2014) di Lars von Trier, con Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgard, Stacy Martin, Jamie Bell, Christian Slater, Uma Thurman, Shia LaBeouf, Connie Nielsen, Willem Dafoe. Erotico. *** ½

Il dittico Nymphomaniac, per una ragione abbastanza contorta ma anche, volendo, semplice, è un film su cui si potrebbe parlare per ore, sia sul piano narrativo che su quello stilistico, con cui dovremmo fare i conti negli anni a venire per la sua capacità di posizionarsi nell’immaginario cinefilo del decennio. Ed è ovvio e – direi – scontato che ogni spettatore abbia una propria opinione a proposito del film, ma credo che un film così sia materia troppo ampia e ardua anche per uno spettatore esperto ed appassionato.

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Da una parte è un film che deve, diciamo così, carburare, che forse ha bisogno di qualche tempo prima di essere affrontato degnamente. Dall’altra, però, è uno dei film più emblematici ed importanti della stagione e, pertanto, bisogna parlarne. Scelgo di relativizzare tutta la visione alla mia prospettiva: e, allora, pur riconoscendo il suo status di autore fondamentale negli ultimi due decenni, Lars von Trier non mi piace, spesso mi irrita, non di rado mi annoia.

Poi, certo, non posso dubitare sul fatto che, al netto dei miei gusti, porti, attraverso la sua opera, una precisa ed interessante visione di mondo – che è forse ciò che di meglio si possa e si debba chiedere ad un autore, piaccia o no. Nymphomaniac, a mio modesto parere, rappresenta il vertice dell’opera di von Trier degli ultimi quindici anni.

Innanzitutto per la struttura: in questo grande romanzo inaspettatamente intimista quanto naturalmente intimo, dominato dalla voce narrante della protagonista (in)attendibile (a cui dobbiamo se possiamo e se vogliamo credere in virtù di quelle ferite che porta sul corpo a testimoniare l’incidenza della dipendenza sessuale sulla sua vita) e dal controcanto programmaticamente opposto e represso dell’anziano erudito solo al mondo (a cui sono deputate le digressioni musicali, letterarie e filosofiche che rendono il film addirittura irresistibile nella sua vitalistica capacità di perdersi in rimandi, metafore, allusioni, citazioni), è la struttura oserei dire antica ad affascinare e non è un caso che il vecchio professore citi i Racconti di Canterbury e il Decameron, quasi a voler congiungere quella tradizione di narrazione popolare a sfondo genuinamente sessuale a questa allucinata carrellata di sette capitoli di progressiva discesa agli inferi della dipendenza sessuale.

Una struttura tradizionale, se vogliamo, al servizio di un affresco contemporaneo sulla perversione del nostro tempo, attraverso un personaggio totalmente al di là del bene e del male con cui non si riesce ad essere empatici tanta è la voracità famelica del suo animo. Come raramente è capitato al cinema contemporaneo, se si esclude il folgorante Shame, la ninfomania non è pretesto per due risate sul tema, ma viene affrontata, sventrata, indagata in quanto malattia, tra l’altro pressoché incurabile.

E si arriva, ad un certo punto, a considerarla la malattia di un’epoca, nessuno-escluso, tanto è magmatica la presenza disturbante di questo elemento nella frammentaria eppure armoniosa galleria di ritratti in campo. Si pensi al memorabile intervento di Uma Thurman come moglie tradita o alla partecipazione di Jamie Bell nei panni di un perverso professionista della violenza corporea a scopi sessuali.

Il territorio del porno (benché la versione ridotta sia stata depurata delle sequenze più bollenti, aleggia perpetuamente l’idea di un porno vero e proprio, forse non del tutto espresso a parte qualche scena più che esplicita, comunque sicuramente evocato), pare idoneo proprio per sottolineare l’assoluta e dichiarata oscenità di questa vita immaginaria, magari immaginata ma anche no, universale e quindi contemporanea (forse siamo in Gran Bretagna, ma potremmo essere in qualunque parte dell’Europa).

Detto ciò, l’interesse intrigante nei confronti di un’opera di questo tipo non può eludere l’evidenza dei difetti. Alcuni, de gustibus, sono congeniti all’autore e al suo particolare, e talora contradditorio e problematico, percorso cinematografico: è un problema di gestione dell’ambizione, per quanto risulti smisurato e fluviale il dittico in questione, per quanto non si giunga spesso ad una conclusione chiara a causa della sadica perversione di girare attorno ad un fatto senza cavar niente («questa digressione mi pare debole» dice ad un certo punto Joe), per quanto il film, ancora una volta, sia la galleria delle ossessioni di un autore votato al masochismo della propria personalità artistica e al sadismo nei confronti degli spesso inerti spettatori.

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Sono problemi che condizionano, insomma, l’intero impianto dell’opera, rischiando di passare semplicemente per un porno filosofico quando è in realtà un film filosofico che si serve del pornografico.

Dalla sua, von Trier (che, va detto, è uno dei pochi autori realmente, e forse suo malgrado, europei nella definizione che essa dovrebbe portare naturalmente in sé: la voce di un continente o perlomeno una visione dal continente) ha un indubbio talento nel lavorare sui corpi e su ciò che i corpi dicono, sul dolore e sull’umiliazione del corpo da parte di altri corpi, sull’impossibilità di una possibilità d’amore in un panorama tanto depresso e deprimente, angosciato ed angosciante.

Dalla sua, infine, ha la proposta di un cinema fieramente autodiegetico e sfacciatamente antidogmatico che riflette sullo stato dell’immagine e sul potere della parola (ogni capitolo è fotografato quindi presentato in maniera differente, connettendo quelle stesse immagini ad una precisa idea di racconto e di narrazione) con il lucido rigore di chi può permettersi la presunzione di volare alto.

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