Alabama Monroe | Recensione

ALABAMA MONROE – UNA STORIA D’AMORE (THE BROKEN CIRCLE BREAKDOWN, Belgio, 2012) di Felix Van Groeningen, con Johan Heldenbergh, Veerle Baetens, Neil Cattrysse, Geert van Rampelberg. Mélo. ** ½

Il titolo originale è bellissimo: The Broken Circle Breakdown, come una delle canzoni eseguite dai protagonisti, membri di un gruppo di bluegrass (lo stato puro del country), che potremmo tradurre, più o meno, come “la rottura del cerchio rotto” o comunque una roba del genere. La distribuzione italiana, con consueta lungimiranza, gli ha appioppato l’amorfo sottotitolo Una storia d’amore. Peccato: da cotanti geni, una qualche allusione a La stanza del figlio era d’uopo, dato che il film di Nanni Moretti è stato accostato da più parti a questo originale prodotto belga.

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Che gran paese il Belgio, per inciso, benché si veda poco, e che bellissima cittadina Gand, benché si possa godere poco del suo splendore. Ovviamente la divagazione turistica è inutile, perché la storia di questo Alabama Monroe è drammaticamente universale: come in Moretti, c’è la dolorosa elaborazione del lutto occorso a due genitori;  a differenza di Moretti, il lutto è atteso. Le analogie finiscono qui o quasi.

Che razza di film? È, inutile a dire, un grande melodramma, qualche volta al calor bianco e poi all’improvviso rovente nella tragedia che porta in scena, oggettivato platealmente dalle scelte cromatiche che vanno dai colori chiari ma avvolgenti delle sequenze del distacco dalla figlia e da quelli più aspri e freddi della vita senza la figlia.

Un melodramma che vive e trova la sua forza nel montaggio non lineare, oserei dire quasi da flusso di coscienza se avessi chiaro il fatto di chi sia, in effetti, quella coscienza in flusso (che forse non c’è, semplicemente, sen non nella mente dell’autore), un montaggio con valore soprattutto narrativo prima che squisitamente tecnico in cui la storia ha una ragione d’esistere nel confronto tra passato e presente, tra gioia e dolore, tra stupore e attesa.

È la sua carta vincente, perché mescola le tessere del puzzle per poi ricomporlo alla fine, raggiungendo un certo equilibrio determinato anche dalla potenza di una colonna sonora di devastante bellezza che è molto, molto di più di un contrappunto sonoro.

Il problema, però (e chi è stato un bambino felice lo sa – ma tutti i bambini dovrebbero essere felici, a priori), è che esistono vari tipi di puzzle. Alabama Monroe è un puzzle a quarantotto pezzi: non facilissimo come quelli da ventiquattro, ma nemmeno difficile come quelli con pezzi di numero superiore al centinaio.

Nella prevedibilità di una storia comunque annunciata, in cui lo stupore dovrebbe essere dettato dalla messinscena più che dalla narrazione in sé (sappiamo suppergiù dall’inizio che la bimba muore), i pezzi di questo puzzle melodrammatico si ricongiungono con una facilità più calcolata che lieve.

Il sospetto di ruffianeria è malizioso e non del tutto esatto: parlerei, piuttosto, di un eccessivo raffreddamento della tensione interna alla scena, della mancanza di un qualcosa che renda il dramma umano sinceramente empatico e la storia d’amore meno convenzionale. Il limite fondamentale del film è che non commuove e solo uno spettatore sa cosa voglia dire non riuscire a commuoversi di fronte a tanto strazio di storia (o’ melodrammi contemporanei, fatemi piangere, spezzatemi il cuore, ma non avvertitemi, stupitemi). Le eventuali lacrime sono più suggerite dall’evidenza del dolore raccontato che dall’efficacia della messinscena.

Ciononostante, i momenti più toccanti del film riguardano due distacchi: il primo è quello dell’uccello che muore sbattendo al vetro e vuole rappresentare l’inconscia ed epifanica consapevolezza del distacco della bambina dalla vita; il secondo è l’esibizione da parte dei protagonisti della struggente If I Needed You, dopo la morte della bambina, che esprime come nemmeno il bluegrass, legante della coppia, possa qualcosa di fronte all’ineluttabile distacco dei corpi e delle anime.

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È anche un film ambiziosamente engagé, nel senso che mette in discussione il mito del sogno americano attraverso la discesa agli inferi del padre distrutto dal dolore (anche se, ad onor del vero, risulta impossibile non dargli ragione se la controparte è George W. Bush) contrapposto alla deriva quasi spiritistica della madre impenetrabile ed inconsolabile. Malgrado il filone più impegnato non sia del tutto riuscito, le prove dei due straordinari protagonisti mantengono il film su un livello più che discreto (senza dimenticare la bambina, di eccelsa bravura).

Un film sul dolore, indubbiamente, e sull’incapacità di reagire al dolore, su un dolore privato che si fa dolore del mondo e di un’epoca (al netto della polemica, legittima ma poco adeguata ai fini del film, sulle cellule staminali). Come in Moretti, da un dolore del genere è quasi impossibile uscire. Le strade dei due film, anche in questo caso, si scoprono nuovamente distanti.

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