Grace di Monaco | Recensione

GRACE DI MONACO (U.S.A.-Belgio-Italia-Francia, 2014) di Olivier Dahan, con Nicole Kidman, Tim Roth, Frank Langella, Paz Vega, Derek Jacobi, André Penvern. Biografico drammatico. * ½

Tendenzialmente non dico mai di non andare al cinema. Se il film è brutto, ma proprio brutto, perlomeno consiglio di recarsi in sala il giorno in cui sono previsti sconti o riduzioni. Il preambolo è necessario per capire per quale motivo abbia visto Grace di Monaco: perché era l’ultimo giorno della lodevole festa del cinema a tre euro.

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Il suddetto preambolo risulta, però, abbastanza incompleto se non specifico la fauna con cui ho visto il film: a parte due o tre ragazze forse più piccole di me, credo suggestionate dalle cover dei Vanity Fair di turno, un agguerrito reparto di signore bolognesi, età media settantacinque anni (ma agli spettacoli pomeridiani non becco che arzille signore imbellettate), tutte «ma come era bella la greischelli?» e «ma che bel film l’è?», mi ha impedito una serena visione. Il preambolo in questione potrebbe sembrare pleonastico, ma mi ha suggerito l’idea che, di fondo, l’ambizione di questo Grace di Monaco sia quella di assurgere al nobile rango di grande film popolare.

Per di più una favola: la favola dell’attrice di Hollywood che lascia la carriera per amore del regnante di un piccolo stato dell’Europa, ci fa tre figli, gestisce l’attività filantropica e muore disgraziatamente in un incidente stradale. Tutto nello sfarzo dei film di Sissi e col taglio glamour della pubblicità di Chanel number five.

Benissimo. Tutta la favola di cui sopra, in questo film, non c’è. O meglio: c’è quello che è il filone più interessante, ossia la rinuncia. Ma tutto il resto non c’è. L’empatia col pubblico dovrebbe stimolarla, dunque, solo e soltanto Grace, nell’isolamento di una vita infelice. Il problema è che il film ha anche delle pretese non da poco.

Racconta, infatti, il delicatissimo momento in cui la Francia di De Gaulle vuole esercitare il proprio potere su uno stato sovrano in cui, di base, i francesi si trasferiscono per la favorevolissima politica fiscale. Parallelamente alla crisi del principato (una reggia, due piroscafi, tre palazzi e poco più), la crisi coniugale tra Grace e Ranieri e la crisi d’identità dell’attrice chiamata ad interpretare il ruolo della principessa consorte. Troppe crisi.

Sì, perché il racconto di una crisi presuppone lo sviluppo della crisi e lo sviluppo della crisi presuppone una soluzione, positiva o negativa che sia, alla crisi stessa. Il film appiattisce tutto sulla fiducia di Grace nel proprio carisma, che può andare bene per quanto riguarda la crisi personale. Ma far credere che la crisi politica con la Francia sia stata risolta da un mirabile quanto aleatorio discorso della principessa-attrice è una faciloneria ingannevole.

Il filone politico-fiscale è quanto di più convenzionale abbia offerto un biopic negli ultimi tempi: senza nerbo, senza interesse, senza cuore. Soprattutto: va bene difendere i diritti di uno stato sovrano e tutto il resto, ma, nella visione manichea proposta dal film, non vi pare che passi vagamente in secondo piano il fatto che il principato di Monaco è una terra di privilegiati in cui la carità è più un passatempo che un dovere morale?

Cosa salva la figura di Grace, immacolata come agiografia comanda, dall’evidenza di una paladina dei privilegi? L’evidenza che ella non difende la ragione politico-fiscale dello scontro, ma la ragione familiare: tenere unita la famiglia attorno al monarca solo, descritto come fumatore e bevitore fragile, ruvido e schizzato (bravo Tim Roth, ma ne hanno avute ben donde i figli a disconoscere un film che sotto i “ti amo” nasconde la polvere di un matrimonio costruito per il rilancio di Monaco).

Certo, sfiora il ridicolo la piccola fattoria di Montpellier evocata dalla principessa come locus amoenus in cui trascorrere la vecchiaia nel caso di sconfitta con De Gaulle. Il ridicolo, ecco: forse Grace di Monaco va letto sul piano del ridicolo. Ridicola è la galleria di imitatori senza alcuna passione (compresa la Maria Callas troppo bella e magra di Paz Vega), ridicolo è perfino sir Derek Jacobi in un ruolo da cartone animato, ridicola è la messinscena sfacciatamente melodrammatica priva della consapevolezza del melodramma, ridicola è la sequela di scene telefonatissime in cui il pubblico si prepara ad essere stupito.

Attenzione: la rincorsa al popolare e il senso del ridicolo. E se Grace di Monaco avesse sbagliato collocazione? È un film con i canoni della fiction popolare con tendenza alla soapoperizzazione di personaggi celebri, al netto di inutili pretese autoriali: didascalica, elementare, patinata, appariscente, moscia.

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È una fiction di modesta fattura pronta per andare in onda in prima serata, in cui lo spettatore non ha alcuna funzione attiva se non quella di ricevere il prodotto e dimenticarlo la mattina dopo. Non lascia tracce, questo Grace, e per di più è un film brutto. Non mi pare il caso di scomodare chi ha riflettuto a lungo sull’estetica del brutto, ma è talmente bello plasticamente da risultare brutto spudoratamente.

Prendiamo uno dei troppi estenuanti primi piani a cui è costretta Nicole Kidman (che, va detto, è perfetta per la parte): pura pornografia dei sentimenti a buon mercato, senza commozione, senza emozione, senza un bel niente.

Si dice che Oliver Dahan e Harvey Weinstein abbiano litigato furiosamente per il final cut. Dahan non voleva, per così dire, farlo rovinare da mani americane. Weinstein si è convinto di poterci cavare un film da Oscar. E dire che insieme avevano portato al trionfo Marion Cotillard alias Edith Piaf in un film molto sopravvalutato. Nicole ci ha indubbiamente puntato molto (la statuetta?). In tutta onestà, la montagna ha partorito il topolino. Un film modesto, approssimativo, noioso che se avesse avuto una maggiore consapevolezza del suo kitsch sarebbe stato quasi sublime.

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