Panni sporchi | Mario Monicelli (1998)

Checché se ne dica, Panni sporchi è un film importante. E fosse solo l’importanza: è un buon film. Bistrattato assai negli ultimi tempi, l’ultimo Monicelli è sì superficiale dal punto di vista tecnico ma non lo si può liquidare come un pallido tentativo di ripetere se stesso. Prendiamo Parenti serpenti: è la commedia italiana più graffiante e cinica degli ultimi vent’anni dello scorso millennio. E prendiamo Panni sporchi.

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Sin dai titoli di testa si comprende una determinata dimensione disperatamente demenziale del film. Ebbene sì: il film di Monicelli elabora una struttura ai limiti del demenziale. Non è la comicità a raggiungere le vette del demenziale, ma il contesto in cui si muovono i personaggi. Un po’ sospesi tra la macchietta buffa e la caricatura futile, tutti i caratteri che lavano i propri panni sporchi meritano menzioni che ne mettano in risalto l’assoluta inadeguatezza psicologica.

Nella prima mezz’ora, regna sovrano il rincoglionito patriarca con le manie della pubblicità impersonato da Paolo Bonacelli, che dà il via al giro di valzer di questi uomini inconsapevolmente destinati alla disperazione e di queste donne attaccate troppo all’ipocrisia del passato.

Panni sporchi è l’ultima commedia borghese possibile, e celebra con macabra comicità la morte di una qualche etica borghese (semmai ci sia stata): è il ritratto più feroce, cattivo, irrispettoso della società del benessere catturata dalle manie del rinnovamento e dalle esigenze di rimanere con le radici impiantate nel suolo di casa, la mediocrità del popolo che esalta la mediocrità della borghesia, la quale può contare sul proprio denaro per affermare la presunta superiorità.

Dopotutto, viviamo in un’epoca in cui lo status esistenziale si calcola dal portafoglio, no? Ebbene, con la depauperazione del proprio portafoglio, la famiglia Razzi perde il prestigio ed avverte i segni della distruzione della loro posizione sociale. L’anacronismo della loro professione (producono una caramella digestiva alla cicoria) è l’anacronismo di un microcosmo che non si (vuole) muove(re) e non riesce a reagire al resto del mondo che va avanti senza farsi troppe domande.

Anacronismo che si percepisce anche nell’intendere la promozione pubblicitaria del proprio lavoro (quegli spot ambientati nell’antichità, un po’ alla Giovanni Rana), nella struttura familiare gerarchica e polifonica, nella concezione degli affetti e dei relativi effetti.

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Panni sporchi è una grande commedia borghese su dove stiamo/stavamo andando. Monicelli sa bene dove battere ed assistito da quella vecchia volpe di Suso Cecchi D’Amico (più Masolino e Margherita D’Amico) mette su un film sapido, cinico, scatenato. Gran direttore d’attori, se ne giovano particolarmente l’asciutto e spiritoso Gigi Proietti, il veemente Michele Placido, l’avvilita Mariangela Melato, cavalli di razza ispirati in questo film che si regge sulla coralità dell’azione.

Ogni personaggio incarna un significato e una ragione di non esistenza: il più odioso è Francesco Guzzo (Camillo il cocainomane,) il più patetico Alessandro Haber. Con un matrimonio pacchiano e cafone (la cafoneria è un ingrediente fondamentale), in cui si percepisce come un’ombra assillante lo straniero che avanza (l’albanese) accanto alla rassicurante presenza del cantante familiare per antonomasia (Gianni Morandi), che finisce a torte in faccia, si conclude questo spaccato dissacrante e sfacciato. Finisce così? No, finisce come Parenti serpenti: nell’unico modo possibile, ossia quello di sbarazzarsi degli ingombri.

PANNI SPORCHI (Italia, 1998) di Mario Monicelli, con Paolo Bonacelli, Michele Placido, Mariangela Melato, Ornella Muti, Alessandro Haber, Marina Confalone, Gigi Proietti, Pia Velsi, Benedetta Mazzini, Francesco Guzzo, Gianni Morandi. Commedia. ***

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