Le meraviglie | Recensione

LE MERAVIGLIE (Italia-Svizzera-Germania, 2014) di Alice Rohwracher, con Maria Alexandra Lungu, Alba Rohwracher, Sam Louwyck, Monica Bellucci. Drammatico. ***

Partiamo da una suggestione: dopo La grande bellezza, Cannes sceglie Le meraviglie. Dopo la superficie della celebrazione patinata dell’italian style, ecco la profondità dell’Italia operosa e legata ad una dimensione quasi arcaica. Dopo il vuoto in cui sguazzano i devastati corpi del disperato affresco sorrentiniano, ecco il troppo che non sanno gestire le fluttuanti anime di questa racconto di formazione familiare firmato Rohwracher.

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Non ci sono analogie tra i due lavori e non è mia intenzione trovarle: è semplicemente una suggestione derivata dalla comune collocazione festivaliera e dai titoli, entrambi rivolti al recupero se non proprio all’esplicitazione di una bellezza incontaminata o forse addirittura incontaminabile cui appigliarsi vuoi per non affondare (Sorrentino) vuoi per (ri)nascere (Rohwracher).

Le meraviglie, nella fattispecie, sono le piccole realtà agricole della fu regione etrusca, chiamate a raccolta dalla sirena televisiva per partecipare ad un concorso. In palio c’è una grossa somma che farebbe tanto comodo alla famiglia di Gelsomina, primogenita di un tedesco probabile ex contestatore votato alla zappa («nessuno saprà più coltivare l’insalata», «il mondo sta finendo») e di una toscana vagamente insoddisfatta e stanca delle bizze del brusco marito («certo che quando non c’è si respira»).

Gelsomina si ritrova ad essere capo di un clan scombinato e sregolato che ha un solo obiettivo, che è quello paterno: produrre miele senza sosta e senza perdere per un istante il processo, dalla cura delle api al cambio del secchio. Gelsomina stessa vorrebbe essere colta dalla meraviglia: si stupisce del “mondo fuori” e allo stesso tempo sa di non poter abbandonare quello “dentro”, come se ogni suo stupore sia arginato in anticipo dalla consapevolezza di essere il capo.

Figura estrema di una galleria di ragazzini che ha fatto la gioia del cinema francese (Truffaut su tutti), Gelsomina è figura paradigmatica del cinema al femminile: ama il padre pur essendo conscia dei suoi limiti, ama la madre perché conscia dei suoi sacrifici, vorrebbe scappare ma non sa come, coglie l’occasione di fuggire (almeno per una sera, anche se in una trasmissione televisiva) ma poi torna, perché tanto tornano sempre tutti, però un po’ cresciuta, magari entrata definitivamente nel terribile e meraviglioso mondo adolescenziale.

Non sta a me cercare di capire se sussistano elementi autobiografici nel ritratto di questa ragazzina, ma è evidente il coinvolgimento dell’autrice nel disegno di un personaggio che evidentemente la tocca da vicino: si osservino attentamente le sequenze invase dalle api e l’abilità con cui la regista riesce sia a gestire e seguire sciami ovviamente scriteriati sia ad individuare il giusto equilibrio tra le api stesse e i corpi in scena.

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Poi, certo, c’è la memorabile scena delle api sul volto di Gelsomina e c’è un qualcosa di sinceramente magico nei momenti in cui Alice si focalizza su questi piccoli esseri in ronzante movimento, come se la vera chiave del film si trovi in quelle api creatrici eppure ribelli. Il film, però, come le api che lo abitano, gira spesso un po’ a vuoto anche per le mancanze narrative di una storia non esattamente robusta.

Pur consapevole che i racconti di formazione vivono spesso di uno stato d’animo, mi pare che ci sia qualche minuto di troppo (tutta l’ultima parte è un po’ pretenziosa e avrebbe abbisognato di qualche bel taglio in moviola per non perdersi nei meandri di un’incomunicabilità francamente incomunicabile), qualche personaggio fuori posto (il biondo amico del babbo che appare, dice qualche acidità e scompare), un certo tono da realismo magico non sempre adeguato (il cammello attaccato al girello e mi chiedo dove si possano comprare cammelli vicino al Trasimeno; le ombre del finale su citato) e una vaga sensazione di manierismo (alla seconda opera? ja) che non di rado non sa essere ancora stile.

Comunque, al netto dei difetti, Le meraviglie è un film inconsueto e probabilmente da rivedere, che vive di due o tre idee niente male (qualcuna classica come la matronale, pacchiana fata madrina Monicona Bellucci; altre atipiche vedasi le api e vedasi sopra) e di immagini che restano impresse (una per tutte, forse non notata da molti: le barche sullo specchio dell’acqua del lago), di un parterre di attori fuori dal coro (cito il sorprendente babbo di Sam Louwyck) e dell’utilizzo poetico della trashissima T’appartengo di Ambra versione nonèlarai.

È un film che percorre la strada di un cinema che vuole impegnarsi parlando di cose magari piccole se non proprio personali, che vuole fotografare un mondo ai margini senza la retorica dell’emarginazione, che vuole accarezzare il pubblico e subito dopo spiazzarlo (al di là dei risultati) e il merito è anche del magnifico lavoro che sta facendo Carlo Cresto-Dina.

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