Un mercoledì da leoni | John Milius (1978)

Generazione. Una parola che racchiude in sé i sapori di una determinata stagione. In pochi riescono ad acquisire quella strana consapevolezza di essere parte di una generazione. Che vuol dire? Vuol dire portare intrinseche certe passioni, certe suggestioni, certe coscienze (collettive). Big Wednesday è un film generazionale fatto da un membro di una generazione ben precisa.

John Milius fu un poeta del surf e trovò proprio nelle acrobazie eleganti sulle tavole di legno mosse dalle onde i metaforici elementi per trattare di un’epoca. Attraverso le quattro stagioni che scandiscono il tempo (e dunque la vita), Milius realizza un poema epico sulla mitologia del movimento e sull’attesa della crescita.

Le quattro stagioni in questione rappresentano esattamente le diverse fasi dell’esistenza, e così risulta naturale passare dall’estate del 1962 (Kennedy, l’uomo del cambiamento, è ancora vivo e lotta insieme a noi – la giovinezza, le feste, la baldoria, le pomiciate) all’autunno del 1964 (Kennedy è morto, il Vietnam è vicino – le prime responsabilità famigliari, la guerra, il distacco), dall’inverno del 1968 (la rivoluzione totale – il ritorno a casa, la ricognizione del dolore, le radici) fino alla primavera del 1974 (Nixon travolto da Watergate, la necessità di cambiare – l’ingresso nella vera maturità, gli ultimi fuochi della spensieratezza, il rischio): lo scandire dei momenti si struttura con la spontaneità disinvolta di chi è ben conscio della materia di cui si sente il bisogno di narrare, non solo per disegnare un ritratto, ma anche per rievocare il proprio passato.

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Un mercoledì da leoni è un film sull’evanescenza del tempo che cerca le tracce perdute in esso per fare i conti col presente in proiezione del futuro, è un racconto di formazione essenziale, e quasi ovvio, dai connotati trasversali che abbracciano le sfere omeriche e quelle dickensiane passando per le atmosfere alla Tom Sawyer fino a Salinger in un turbinio di evocazioni sentimentali, rimandi, ricordi (e i prologhi alle diverse fasi del film sono meravigliosi).

E i tre personaggi al centro della storia incarnano diverse concezioni di vivere: Matt, il grande campione, è rimasto incastrato dalla carnalità dell’amore e ha messo da parte i sogni di gloria per una dimensione più domestica; Jack finisce in Vietnam, nonostante i tentativi per evitarlo, e vi ritorna cresciuto e temprato, e fregato nei sentimenti per aver perso troppo tempo; Leroy è una presenza bizzarra, un tipo che vive di e per le onde che insegue incessantemente, fino alle Hawaii.

Matt, Jack e Leroy potrebbero essere, in qualche modo, i ragazzi cresciuti che avevano vissuto quell’estate indimenticabile in Stand by Me di Rob Reiner (1986, altro racconto generazionale), e alla loro maniera rappresentano i simboli di un divenire esistenziale che non lascia scampo alla fuga.

E poi c’è il mare, la terra di frontiera, il confine, il luogo della scoperta e del rischio, dello sfidare sé stessi e le convenzioni (e qui ci scappa il paragone con Ulisse) e dello scommettere la vita per andare in contro all’ebbrezza del pericolo. Quello che viene a crearsi è uno scontro tra la natura e l’uomo, tra il macrocosmo acquoso e l’unità umana, in cui l’una attacca e l’altro si difende come meglio riesce.

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Per questo l’ultimo quarto d’ora del film è di commovente bellezza: volteggiando rapita tra le onde maestose, la cinepresa si lascia travolgere dall’infrangersi dei cavalloni d’acqua, sui quali i poeti del surf (che aspettavano quella grande mareggiata da una vita, che non possono perdersela per nulla al mondo, anche se ormai hanno superato la trentina) si destreggiano con la felicità dell’incoscienza.

Si sta in apnea per qualche istante, ma poi vince l’aspetto simbolico: Matt non può morire, perché questo Paese (e questa generazione) ha già sofferto troppo (l’omicidio di Kennedy, il Vietnam, Watergate) e non può permettersi di soffrire ancora. Figurarsi, poi, se a morire devono essere dei miti, o delle leggende viventi come Matt. La cerimonia degli addii è rimandata, ora è il momento di cambiare.

Possiamo cambiare perché siamo cresciuti – addirittura, appena usciti dall’acqua, i tre sembrano invecchiati in un baleno. Come Antoine Doinel ne I 400 colpi, si riparte dal mare. Con Un mercoledì da leoni, Milius ha toccato le corde più profonde di una generazione (e non solo, altrimenti non si capirebbe il motivo di tanto entusiasmo anche nelle nuove generazioni), come le chitarre struggenti che corredano la storia puntellano il film con rara sensibilità. Insomma, un film bellissimo.

UN MERCOLEDÌ DA LEONI (BIG WEDNESDAY, U.S.A., 1978) di John Milius, con Jan-Michael Vincent, William Katt, Gary Busey, Patti D’Arbanville, Robert Englund, Barbara Hale. Drammatico. *****

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