Galileo | Liliana Cavani (1968)

All’origine di uno dei film più visceralmente laici (senza essere laicista) del cinema italiano, non c’è semplicemente l’imprescindibile testo letterario di Bertolt Brecht ma un’analisi approfondita più sul contesto nel quale è immerso il protagonista rispetto ai turbamenti personali che si evincevano nell’opera teatrale. Certamente è palese, specie nella seconda parte, la condizione emotiva di Galileo, che viene incontro alla teorizzazione narrativa del drammaturgo tedesco, ossia nell’abiura derivata anche (soprattutto) dalla paura.

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Liliana Cavani, al suo secondo film, ha le idee chiare: non c’è solo l’evocazione parallelistica del passato per capire il presente (l’ottusità irremovibile e despota di una Chiesa bigotta e reazionaria non può che far pensare alla profonda crisi attraversata da codesta istituzione religiosa dopo il Concilio indetto da Papa Roncalli e proseguito da Montini), ma l’affresco secco, asciutto, assorto di un’epoca in cui la scienza e la coscienza morale si muovono con la difficoltà di chi afferma principi rivoluzionari.

In questo processo galileiano (perché il film si propone di essere tale) Cavani e i suoi sceneggiatori si pongono come difesa, perché guidati con lo spirito della contemporaneità laicizzata, e riservano al clero il ruolo che già Galileo fece rivestire al suo aristotelico nel Dialogo sopra i due massimi sistemi: i cardinali, i frati, i docenti sono ridicolizzati perché rimangono ancorati alle loro idee primitive senza impegnarsi nel capire il divenire della conoscenza.

Beato il Paese che non ha bisogno di eroi, faceva urlare Brecht al suo Galileo, cui caratterizzava la dimensione quasi domestica e sarcastica del suo vivere: il concetto che Cavani esprime è il medesimo, ma il suo scienziato è al contempo appassionato studioso (in nome del principio di continua negazione progressiva della scienza; la più importante presa di posizione da parte di Galilei non è stata l’invenzione del cannocchiale (non sua, per altro), quanto l’averlo puntato verso il cielo, proprio alla ricerca di quell’infinità dei mondi e di quell’arcano di cui il rivoluzionario Copernico non parlava. Ed è emblematica la sequenza dell’incontro (fantastico?) con Giordano Bruno, con la splendida immagine della conversazione sulla scala a chiocciola) e timoroso uomo: la tortura è un deterrente che lo spinge a pentirsi.

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È una visione quasi anti-iconografica dell’uomo Galileo, che Cyril Cusack rappresenta con efficacia nel corso di più di un trentennio, al punto che Lou Castel tiene i pugni in tasca fino a rimanervi affascinato e Paolo Graziosi sbeffeggia il papa coprendogli il volto. Fu vietato ai minori di diciotto anni: beato il Paese che non ha bisogno di censori. E pensare che è un film didattico come questo devono proprio vederlo i ragazzi. L’ostracismo galileiano continua.

GALILEO (Italia-Bulgaria, 1968) di Liliana Cavani, con Cyril Cusack, Georgi Kalojančev, Nevena Kokanova, Nikolaj Dojčev, Piero Vida, Giulio Brogi, Gigi Ballista, Lou Castel, Paolo Graziosi, Jean Rougeul. Biografico drammatico. *** ½

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