Secondo amore | Douglas Sirk (1955)

I melodrammi di Douglas Sirk rappresentano dei capisaldi del cinema sentimentale mondiale. Perché, nelle sue opere, Sirk riesce con grande efficacia a imbastire il ritratto della provincia piccolo-borghese americana, con venature di una malinconia e di un senso di quieta noia non indifferenti. La strada che ha imboccato è lontana qualche passo dai turgori morbosi di Peyton Place e più vicina a quelle commedie drammatiche romantiche degli anni trenta e quaranta.

C’è una non più florida ma non vecchia vedova, assai ricca, che s’innamora, ricambiata, dell’aitante giardiniere, di alcuni anni più giovane. Quando annuncia di volerlo sposare, si mette contro i due figli e l’ipocrita comunità d’amici. Il mal d’amore (ma non solo quello) fa male.

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Women’s film di grande impatto ed emblematico, infiammato dai memorabili cromatismi della fotografia di Russel Metty, con una carica erotica che arde sotto la brace (tutto è sottinteso, niente è esplicito), affettuosamente empatico personaggi, specialmente nel disegno della tormentata ed inquieta Cary dell’ottima Jane Wyman (il suo è un film autoriflessivo: nello specchio della camera, nello schermo della televisione, nel quadro della finestra…), ma anche nel contraltare Rock Hudson, mai così fulgido e in parte.

Rainer Werner Fassbinder ne ha fatto una sorta di remake con La paura mangia l’anima, ma è stato soprattutto Todd Hayness con Lontano dal paradiso ad aver eternato l’omaggio a Sirk: nel suo film d’epoca realizzato nel primo decennio del duemila, Hayness ha potuto esprimere con franchezza ciò che Sirk non poteva girare e sradicare tabù come l’omosessualità e il razzismo che sfioravano l’autore di Come lo foglie al vento, ma gettavano panico nella bacchettona censura statunitense. Secondo amore va anche lodato per la semplicità con la quale rappresenta quel che non si poteva dire.

SECONDO AMORE (ALL THAT HEAVEN ALLOWS, U.S.A., 1955) di Douglas Sirk, con Jane Wyman, Rock Hudson, Agnes Moorehead, Conrad Nagelm Virginia Grey, Gloia Talbott, William Reynolds. Mélo. ****

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