Interstellar | Recensione

INTERSTELLAR (U.S.A., 2014) di Christopher Nolan, con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, John Lithgow, Casey Affleck, Ellen Burstyn, Michael Caine. Fantascienza. ** ½

Se è vero com’è vero che Christopher Nolan rappresenta una delle esperienze cinematografiche più incisive di questi primi quindici anni di nuovo millennio, se è vero com’è vero che il suo apporto all’industria dell’audiovisivo ha imposto un immaginario ben definito presso un certo grosso pubblico, se è vero com’è vero che è ormai uno dei pochi autori che agiscono all’interno del sistema in grado di creare l’evento attorno alle proprie produzioni, se tutto questo è vero, ecco, come ci comportiamo col film-evento dell’autore-di-culto?

Ci comportiamo come sempre. Ho letto e sentito che da più parti si è tirato in ballo 2001: Odissea nello spazio e di conseguenza si è teso ad individuare in Nolan un erede del magistero kubrickiano. I paragoni con Kubrick sono discutibili, se non a livello di suggestioni, non tanto per l’irraggiungibilità del maestro quanto proprio per il prodotto finale in sé. I confronti più appropriati sono con l’opera di Spielberg e l’ultimo Malick.

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Pensiamo a Incontri ravvicinati del terzo tipo, la fantascienza più commovente e terrena di quel che resta della New Hollywood: un uomo che sceglie di non essere più guardiano per dare spazio alla propria naturale indole di esploratore, che si lascia guidare dal bellissimo demone della curiosità pur di assicurare un futuro alle generazioni successive.

Certo non trattasi più di accoglienza di un popolo lontano, ma di smarrimento consapevole in quel lontano in cui essere accolti, ma l’impianto morale e finanche narrativo di Interstellar confina e non poco con gli Incontri ravvicinati.

E in realtà la creazione di un immaginario, di cui Nolan è maestro (si pensi alla radicale rielaborazione del discorso su Batman), è l’elemento che maggiormente lo lega al mondo spielberghiano, faro per almeno tre decenni di speculazione sulla fantasia.

 

L’altra tendenza di Nolan è però quella dell’ultimo Malick, scientifico, filosofico e ridondante nell’elucubrare sul mistero della vita e sulla bellezza della natura, certamente abbondando in chiacchiere ma restando fedele all’idea di un cinema puramente d’autore in cui la magnificenza del progresso tecnologico non può eludere la ricerca dell’origine del mistero, in cui insomma la riflessione ha la meglio sull’azione.

Ora, la legittima coesistenza di queste due tendenze (entrambe a suo modo spettacolari) ha un problema di fondo: il film-rompicapo nolaniano, che gioca tutto nel campo delle emozioni se non proprio della escalation verso l’apoteosi della commozione (e altre volte mi sono ritrovato a considerare la sua opera una costola della tragedia classica, proprio per il conflitto delle idee tra i personaggi), sa far convivere la narrazione del film d’avventura, pur non sempre fluida, con la meditazione, pur verbosa, del film filosofico?

La risposta risiede in quei due “pur”. In virtù della sua natura di blockbuster d’autoreInterstellar deve accontentare i suoi pubblici: se da una parte vorrebbe abbandonarsi alla più disperata deriva melodrammatica, dall’altra non può fare a meno di pensare, assieme al pubblico, al senso mistico della missione; se da una parte cade nella trappola del didascalismo esasperato, spiegando tutto senza una ragione che non sia la paura che il pubblico non capisca, dall’altra mi individua una soluzione buona per tutti (l’amore) che in realtà è quasi posticcia nella sua semplicità estrema.

Non mi interessa la discussione estremamente nerd sull’attendibilità scientifica del film (che mi interessava in Gravity se non altro per la sua funzionalità alla breve e stupefacente parabola umana della protagonista: ecco, il contemporaneo Gravity è un altro metro di paragone del film), i territori sono quelli della fantasia e non si deve essere del tutto credibili.

La ricerca dell’attendibilità è, però, in realtà, un tallone d’Achille di Nolan, perché la costruzione delle sue variazioni di mondo (Inception) e dei suoi mondi distopici (la trilogia di Batman) covano l’ambizione di essere moniti per il pubblico e quindi ricercano nell’affidabilità scientifica l’ipotesi che tutto ciò che accade sia probabile.

Che invero è un meccanismo tipico e sapiente del genere che lui frequenta (coinvolgere il pubblico in un immaginario al punto tale da fargli sospettare che sia realistico), certo. Ma questa pretesa di dare un senso a tutto, anche a ciò che spetterebbe all’esercizio libero dello spettatore, rischia di renderlo un raffazzonato giocattolo filosofico-scientifico: e se alcune chiacchiere tecniche nella navicella sono funzionali alla comprensione, certi predicozzi esplicativi specie nella seconda parte sono imperdonabili proprio per i limiti che impone nell’ambito di un film che si propone di per sé senza limiti (parliamo di fantascienza, il limite non esiste).

Se non funziona l’equilibrio, funziona la scelta di Matthew McConaughey non tanto per la bravura di questo attore improvvisamente esploso, quanto proprio per la funzione del suo personaggio (ben compresa ed espressa dall’attore): è l’eroe americano con il background del cinema classico, passato per la disillusione della post New Hollywood e che ha perso ogni speranza negli ultimi quindici anni.

Nolan propone un personaggio radicale che va oltre Batman: Cooper è l’uomo che deve salvare il mondo portandolo in un altro mondo, è il traghettatore, il pilota, è la personificazione di quella sintesi di curiosità, conoscenza e passione tipica dell’esploratore. L’eroe necessario, insomma, figura essenziale del cinema di Nolan.

E funziona, sul piano dell’emozione, tutto ciò che non ha a che fare con la fantascienza in senso stretto, ma che naturalmente è il sintomo del meccanismo fantascientifico. Nolan procede per progressivi colpi di scena, la sua messinscena vive dell’escalation emotiva che porta la narrazione al grado massimo di trepidazione (il suo è un cinema di montaggi paralleli, trasparenti e quasi mai ellittici) e quando non sa come gestire la partita la butta sui sentimenti.

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Autore della commozione che si serve delle sue assurde costruzioni narrative per arrivare alle lacrime (ricordiamo lo struggente incontro tra DiCaprio e Cotillard in Inception), Nolan inanella due o tre scene di grande impatto emotivo (i messaggi persi in ventitre anni, l’incontro nel finale tra padre e figlia) lasciando in secondo piano tutto il sistema della razionalità ed applicandolo alle logiche della narrazione pura (la questione della relatività del tempo può essere straziante e spesso ci riesce).

In ogni caso il film è troppo lungo e verboso benché in linea con la sua idea di fondo, pare accontentare il pubblico perché è pieno di qualunque cosa e piaccia o meno stordisce fino ad abbagliare. Eppure è un film in realtà debolissimo perché non riesce a fare ciò che si proponeva: perdendosi nei filoni della sua struttura, scegliendo la poetica dell’accumulo e dei simbolismi, non sa creare un immaginario, non incide, non resta né nel cuore né nella mente. Si perde nell’ignoto spazio profondo, che forse è l’obiettivo primigenio, chissà.

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