Les Amours imaginaires | Recensione

LES AMOURS IMAGINAIRES (Canada, 2010) di Xavier Dolan, con Monia Chokri, Niels Schneider, Xavier Dolan, Anne Dorval. Mélo. ***

Una moda del nostro tempo, specialmente in campo musicale, è sicuramente la cover. Esistono plotoni di cover band, a volte anche più bravi dei modelli, ma anche buoni esecutori di brani mitici, interessanti innovatori di gemme nascoste e così via. Con questo Les Amours imaginaires, il diciannovenne Dolan batte la strada della cover di lusso, remixando con acume temi ed ossessioni di un certo cinema romantico e di crescita, direi in definitiva sentimentale, intrecciando i quattrocento colpi con le leggi del desiderio mentre Jules e Jim corrono al ralenti.

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Dominus assoluto del film, Dolan si lascia carezzare dal mistero dell’amore, ridicolizza chi ricorre al dolore per sopperire alla noia, contesta chi cerca nel passato superficiale una via di fuga al presente inappagante. E al contempo dimostra tutta la meravigliosa incoerenza della sua adolescenza scorgendo nell’amore l’unica ragione di (in)felicità, s’immerge nel dolore dei corpi sessuali che non sanno comunicare altrimenti, ha a che fare col passato sì con autonomia («non tutto il vintage va recuperato») ma pur sempre rincorrendolo (la musica, i costumi, l’immagine).

Ciò che non funziona del tutto riguarda la mancanza di un equilibrio, che forse è giusto non pretendere. Tuttavia, la ripetizione di certe idee registiche (Dalida che dilaga cantando Bang bang nei momenti catartici al ralenti, le scene di sesso senza amore in luci monocolore) appesantisce qua e là l’intenzione di un tenero e crudele racconto di formazione sentimentale, così come non convince l’autoreferenzialità un po’ compiaciuta di alcuni passaggi che coinvolgono lo stesso Dolan.

Comunque, in questa cover pop di un mondo inesauribile filtrato dal gusto di un’Amélie camp e lo sguardo di un Truffaut postmoderno, Dolan disegna il film con buona compattezza nonostante le debolezze di cui sopra, chiudendo il cerchio narrativo servendosi di feticci che ricorrono per rappresentare il percorso di crescita dei personaggi (le sigarette, i marshmallows, le lettere con buste annesse, i telefoni: è anche un film sull’inevitabilità della ciclicità).

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Le finte interviste che s’innestano nell’arco narrativo hanno la duplice funzione di riflettere emotivamente attorno all’amore e di dare respiro ad un racconto che vive della sua scansione in capitoli. E in più affronta con simpatica brutalità da una parte il tema dell’amicizia e, in un trionfo spudorato di “cose dette e sottolineate”, riesce ad essere pregnante per ciò che non dice se non inquadrando sguardi e gesti; e dall’altra le perverse geometrie libertine di un trio scriteriato formato da due campioni delle pippe mentali (lei è antipatica e fastidiosamente anacronistica; lui rischia il cliché del gay sensibile) e un angelo del male (naturalmente perfetto fisicamente quanto ambiguo).

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