L’amore bugiardo – Gone Girl | Recensione

L’AMORE BUGIARDO – GONE GIRL (GONE GIRL, U.S.A., 2014) di David Fincher, con Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Carrie Coon. Thriller. *** ½

La ragazza andata, recita il titolo originale e tributiamo un caloroso applauso a chi ha scelto L’amore bugiardo depistando il pubblico e lasciandogli credere che si tratti di mediocre tv movie. O forse no, intendo l’ironia dell’applauso: consideriamo il titolo italiano il primo indizio, o l’introduzione agli indizi, di questa inquietante, cupa e ansiosa caccia al tesoro in cui tutti depistano tutto e tutti nella speranza che niente affiori dalla nube di zucchero o emerga dai cassetti della biancheria intima, col povero Ben Affleck carnefice perfetto per la stampa o disgraziata vittima degli eventi.

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Una nube di zucchero che, nel solco della commedia romantica americana, pare avvolgere il matrimonio perfetto di due trentenni di diversa estrazione sociale e pari ingordigia sessuale, nonché probabilmente sconosciuti l’uno all’altra.

Il depistaggio emerge come cifra caratteristica sin dalle prime scene, inducendo lo spettatore ad uno smarrimento che è già un punto a favore: rinunciando, per dire, al manicheismo di personaggi bidimensionali, il film cammina in uno spericolato equilibrio di realtà artefatte e versioni dei fatti in cui il giudizio è inevitabile conseguenza.

Gone Girl è quasi sicuramente un film misogino e tutto sommato non ce ne frega niente. Se ci si distacca con saggezza dai tristi riferimenti cronachistici, si può godere della magnifica giocata hitchockiana della bionda glaciale e terribile, che dai tempi di DePalma è un esercizio-omaggio autoriale audace eppure non di rado congruo, come in questo caso.

Il giudizio di cui sopra è per la ragazza del titolo, corpo pazzamente desiderabile e mente vergognosamente ripugnante, tanto fenomenale da far perdonare qualunque altrui peccato circostante o, per assurdo, celebrarne l’ardita insensibilità.

Ruolo da urlo che Rosamund Pike interpreta con spettacolare e sbalorditiva sapienza, sfruttando la propria imbarazzante bellezza per ingannare chiunque ogni qualvolta appaia sullo schermo, pronta a sfoderare l’occhiata minacciosa o ad aprire le gambe per raggiungere i propri interessi.

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Difficilmente dimenticheremo certe sue scene da antologia, ma soprattutto non dimenticheremo il memorabile incontro con Neil Patrick Harris, roba che compete col coniglio bollito della Glenn Close di Attrazione fatale.

Tutto giocato sul potere castrante dell’apparenza e sul terrorismo emotivo del circo mediatico, il film è certamente una riflessione sulle derive spettacolari della cronaca che non è più soltanto nera ma presenta cinquanta sfumature di qualsiasi colore, ma è soprattutto un gelido noir cosciente delle fiamme del peccato e dei brividi caldi, la cui regia sontuosa e cinica di David Fincher conferisce la consueta inquietudine all’agghiacciante romanzo, il cui quasi unico difetto risiede però nell’accumulo di finali e sottofinali negli ultimi venti minuti, che sì tengono alta la tensione ma rischiano forse un po’ troppo.

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