Whiplash | Recensione

WHIPLASH (U.S.A., 2014) di Damien Chazelle, con Miles Teller, J.K. Simmons, Austin Stowell, Melissa Benoist, Paul Reiser. Drammatico. *****

Come la mettiamo? Che è un film perfettamente inserito nel sistema dell’indie? Che è un po’ ruffiano, forse simpaticamente prevedibile, se non già visto nonostante la confezione? La vogliamo mettere su un piano di riflessione con pretese critiche, comparando analizzando sviscerando l’oggetto? Magari non ora e non qui.

Mentre guardavo Whiplash, mi sono ritrovato a ragionare sul concetto, sempre più sottovalutato, di “piacere della visione”; ed alla fine ho raggiunto una convinzione in merito ad una roba semplicissima: è un film che ho amato talmente tanto di cui non voglio trovare difetti.

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Che, intendiamoci, forse ci sono, giustamente e direi fisiologicamente, e sono da individuare in una scrittura che in qualche occasione rischia d’esser grossolana se non superficiale (gli sfocati personaggi di contorno o il banale filone amoroso, per dire). Ma, lo ribadisco, non ne voglio parlare. Oserei quasi un approccio da cheerleader, un atteggiamento da puro tifoso che nemmeno conosce il significato della parola “oggettività”.

Io tifo per Whiplash. Tifo per la scelta di mettere al centro della scena un protagonista antipatico, nei confronti del quale non provo alcuna empatia. Tifo per l’idea di raccontare una malattia dell’anima (l’ossessione) che cresce a poco a poco fino a confondere le carte in tavola.

Tifo per il disegno caratteriale di un deuteragonista di spietata e disperata grandezza, che solo in apparenza può sembrare l’epigono musicale dei militari di Ufficiale e gentiluomo e Full Metal Jacket. Tifo per l’inquietante ambiguità di un perverso, frustrato e feroce educatore che è più o meno l’ennesimo erede del mantra “chi sa fa, chi non sa insegna”.

Tifo per lo scontro di due malati d’ossessione che monta come la Caravan suonata nel finale del film. E smettendola con questa stucchevolezza del tifo, vorrei ragionare proprio sul brano appena citato: da grande ignorante di musica, ho capito che in quel brano c’è, forse, la chiave del film.

Nella sua esecuzione estremaCaravan parte senza rete, cercando rapidamente l’armonia tra i vari strumenti dell’orchestra nonostante le difficoltà di un elemento (il batterista), procede in attesa di un’incerta deflagrazione e poi non vuole terminare mai perché rinnova costantemente il conflitto tra il virtuosismo esplosivo del batterista e la bruta maniacalità dell’insegnante.

Quando, dopo litri di sangue versato e mani che dirigono e subito si richiudono, il devastante conflitto in qualche modo viene meno, il film esplode come il brano ed apre improvvisamente una nuova suggestione: da questa storia non se ne esce. Il perché non lo posso spiegare, perché essendo un tifoso voglio fortissimamente voglio che Whiplash sia visto nella sua verginità sorprendente.

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È un film pazzesco che riconcilia col “piacere della visione”, un colpo di frusta e un colpo al cuore che emoziona raggiungendo vette d’una tensione assoluta, legata più che all’evocazione di un mondo musicale irripetibile se non nell’esercizio di un’impossibile ripetizione (Charlie Parker, Buddy Rich…) indiscutibilmente al memorabile lavoro di montaggio (di Tom Cross) e sul suono (l’armonia di cui sopra).

E soprattutto ad una coppia di protagonisti magistrale in cui, accanto allo sbalorditivo Miles Teller, s’erge maestosa la clamorosa potenza luciferina di un J.K. Simmons leggendario, costantemente in maglietta nera (se non in una scena, in cui la divisa è sostituita da una sobria camicia pastello) e con una faccia sgualcita nella quale ogni ruga ed ogni ha una storia.

Lode e gloria a Damien Chazelle, il cui film mi impegno a promuovere con libera spudoratezza presso il maggior pubblico possibile.

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