Policeman | Recensione

POLICEMAN (Israele, 2011) di Nadav Lapid, con Yiftach Klein, Yaara Pelzig, Michael Moshonov, Menasche Noy, Michael Aloni. Noir. ***

Gratificato con un Gran Premio della Giuria nel Festival di Locarno del 2011, Policeman è il primo lungometraggio del regista israeliano Nadav Lapid. I motivi per cui non è mai stato distribuito in Italia sono forse squisitamente commerciali, ma c’è un elemento che vorrei sottolineare e che si lega in qualche modo a questa sua invisibilità: è un film con una forte impronta nazionale che parla apparentemente di una problematica interna e ad un pubblico ben informato.

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È vittima, insomma, del diffuso atteggiamento di chi classifica un film in funzione della sua provenienza geopolitica: e così Policeman diventa il film israeliano che riflette su questioni interne ad Israele e… e fermi tutti. Il Policeman del titolo entra in scena subito: è un poliziotto combattente, aspetta un figlio e si trastulla coi colleghi.

È anzitutto un corpo, una bellezza scultorea che si lascia accarezzare dallo sguardo affascinato della regia, tanto quando si muove esaltando la propria fisicità (una specie di lotta greco-romana) quanto nell’immobilità della nudità fieramente esibita. In bilico tra la responsabilizzazione familiare («potrei diventare padre…») e il cameratismo maschile («…ma non potrei scoparmela»; ma anche un momento di quasi musical in un cimitero in mezzo ad un paesaggio urbano in costruzione), è un personaggio rappresentato coi connotati dell’eroe: vigoroso, carismatico, benvoluto, ammirato (la barista minorenne che si lascia sedurre).

Ciò per cui combatte non ci coinvolge: l’interesse sta nella sua figura a prescindere. Potremmo perfino azzardare che c’è una conoscenza degli eterni Bergman ed Antonioni applicata ai meccanismi della contemporaneità e ai codici del presente, ma lascio fare allo spettatore ben informato. All’improvviso il protagonista scompare e finiamo in un appartamento in cui quattro ragazzi stanno pianificando un’azione terroristica.

Ecco i nemici del policeman: i ribelli compatrioti colti prima della (sperata) rivoluzione, che devono ripensare al linguaggio della contestazione per poter essere anima dell’insurrezione armata («la rivoluzione non è poesia, è prosa»). Anche loro sono dei corpi, nel fiore della gioventù, in antitesi con la rude virilità del policeman: sono biondi o allampanati, trasandati chic, direi borghesi ribelli.

Rincorrono la possibilità dell’amore come i terroristi d’altri tempi: ci sono un bacio lunghissimo e battute ad effetto quasi da melodramma («vattene amore!»; «la sua testa non è predisposta all’amore»). Potremmo perfino azzardare che sono una proiezione attuale e meno lirica di certe suggestioni godardiane e bertolucciane.

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A questo punto le due strade non proprio parallele non possono che incontrarsi, con una programmaticità funzionale ma probabilmente fin troppo chiara («stasera è la nostra sera»): l’evento deflagrante dell’epilogo pone le due parti l’una contro l’altra in uno scontro che non ha dialettica. Nel finale c’è una sorta di epifany del dolore che potrebbe quasi ambire ad entrare in un’antologia poetica del fotogramma finale.

Policeman è il racconto in crescendo di una catabasi glaciale, forse qua e là raggelata, che impone non tanto la meditazione sui temi politici (mi limiterei a notare la problematica del conflitto interno allo Stato tra militari e civili) quanto l’osservazione delle disfunzioni emotive e quindi sociali dei due mondi. Messinscena secca e crudele priva di enfatizzazioni, con un’ammirevole volontà di raccontare senza parteggiare, pur con qualche lentezza, è un film duro e singolare.

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