Mia madre | Recensione

MIA MADRE (Italia, 2015) di Nanni Moretti, con Margherita Buy, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, John Turturro. Drammatico. *** ½

Quello di Nanni Moretti è un cinema del riflusso. Il riflusso, diciamo, è stato un apparente fuoco di paglia dell’Italia in uscita dal terrorismo e in mutazione craxiana, che a ben vedere è forse il periodo storico in cui al meglio si può individuare la cifra dell’egocentrismo contemporaneo: nella migliore delle sue espressioni, è stato un parlare di se stessi o della propria generazione per affermare un disimpegno nei confronti del mondo, un ripiegarsi nel privato per riappropriarsi del sé smarrito nella confusione del pubblico.

Per certi versi, l’opera di Moretti è sempre stata un cinema del riflusso, del ripiegarsi per aprirsi, in cui l’esperienza personale si fa collettiva nella prospettiva di un narcisismo progressivamente mitigato dal trauma.

Se intendiamo La stanza del figlio il film spartiacque del percorso morettiano, allora con estrema facilità possiamo individuare questo principio negli ultimi quattro film (e magari anche in un quinto): il lutto e la disgregazione (La stanza del figlio), l’abbandono e la disillusione (Il caimano), l’inadeguatezza e la fuga (Habemus Papam) e ancora il lutto e l’inerzia (l’impersonale Caos calmo) ed ora di nuovo il lutto e l’inadeguatezza (questo Mia madre).

Lo scarto che rende Moretti il cineasta a tutt’oggi più vitale del panorama italiano sta nella consapevolezza del trauma perlopiù rifiutato a larga maggioranza tanto dai suoi coetanei quanto dai più giovani colleghi. Anche quando pare adagiarsi in una situazione superficialmente più confacente alle sue ossessioni e alle sue fisime, Moretti sa affrontare il trauma con una coerenza che gli fa onore.

Potrei dilungarmi molto in questo commento, potrei evidenziare come ricorre la riflessione sul mezzo cinematografico con l’ennesimo film nel film che non appartiene al vero autore (qui abbiamo un solido filmone d’impegno civile sull’occupazione di una fabbrica) o il momento catartico del finto musical come parentesi di armonia tra persone e personaggi, scena e scenografia, esperienza e rielaborazione o perfino la ripresa di certi topos come gli abitacoli delle automobili, i dialoghi coi medici o le dimensioni oniriche.

Questi esempi di tipici meccanismi morettiani li interpreto, però, tanto come un abile credito che l’autore paga ai suoi proseliti (resta l’unico autore italiano vivente ad avere un popolo di devoti) quanto alla stregua di spie che fanno emergere ancor di più il vero, grande tema di questo film sfacciatamente intimo e al contempo profondamente complesso.

Come un po’ gli capita in questa ultima fase, Moretti fa due film in uno in cui una parte è in osmosi con l’altra con la chiara prevalenza di uno rispetto all’altra. Se “il film nel film” col rapporto tra la regista confusa e il divo capriccioso (un brillante John Turturro che assicura molte risate al pubblico) ha il passo della commedia, è pur giusto rilevare che essa trova una sua reale ragione d’esistere quando comunica narrativamente col dramma del “film-film”: l’imprevista carezza del divo alla regista dolente è in questo senso emblematica.

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Il divertimento generato dal “film nel film” si scontra, direi anche sovente violentemente, con la tristezza di una morte in diretta che è inevitabilmente trauma, tanto da indurre il figlio (il Nanni più sobrio di sempre) ad abbandonare il lavoro e la figlia a ripensare se stessa senza bisogno d’enfasi programmatica.

Mia madre non ha la dirompente sofferenza de La stanza del figlio (il film a cui più somiglia pur nella diversità) né l’ambizione spericolata di un Habemus Papam (solo per citare il Moretti precedente): oserei dire che è perfino un piccolo film spudoratamente personale e naturalmente universale.

Quanto ci sia di autobiografico non m’interessa, benché possa immaginarlo o supporlo considerando il grosso lavoro di sceneggiatura nel temperare l’ego dell’autore in un personaggio femminile così apertamente autoriferito. Il cuore del film è un altro: la centralità del dolore che rinuncia al pietismo e riflette sulla potenza della trasmissione di un’educazione sentimentale di generazione in generazione.

E infatti il finale, senza svelare nulla, è di struggente serenità. È un film commovente nella sua matrice latina: mette in movimento. La consumata signora del Piccolo, Giulia Lazzarini, così nuova sul grande schermo, è meravigliosa. Margherita Buy è sconfinata.

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