Sarà il mio tipo? | Recensione

SARÀ IL MIO TIPO? (PAS SON GENRE, Francia, 2014) di Lucas Belvaux, con Emilie Dequenne, Loic Corbery, Sandra Nkaké, Charlotte Talpeart. Sentimentale. *****

Del perché siamo di fronte all’unico film d’amore che questa stagione consegnerà alla memoria del cuore. Sarà il mio tipo? in realtà si chiama letteralmente Non il suo tipo (Pas son genre) e gira attorno all’assenza di dubbio avanzata dalla traduzione italiana: fermo restando che non sono apparentemente compatibili, un bel filosofo della Parigi radical chic frequenta una vivace parrucchiera della cittadina in cui è finito ad insegnare.

L’amore improbabile tra l’intellettuale della metropoli snob ma non più engagé (si occupa di passioni, carne, desiderio: la collega ammirata ne profetizza la fama eterna di “filosofo del viscerale”) e la provincialotta con figlioletto a carico che si sfoga al karaoke vive dell’entusiasmo superficialmente adolescenziale di lei (che lo chiama “gattone”) e si consuma nell’impassibilità anaffettiva di lui (che non pare mai avere un reale guizzo amoroso).

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Attraversato dalle letture che Clément consiglia a Jennifer (da leggere all’americana) un po’ per educarla e un po’ per iniziale mancanza d’altri argomenti, la storia s’alimenta delle parole dei grandi scrittori del realismo ottocentesco, da Zola a Balzac passando per Dostoevskij.

Questa dimensione mette in evidenza anzitutto l’interesse genuino di lei per “le narrazioni” (ama i romanzi “con una storia” e i rotocalchi grazie a cui segue gli amorazzi dei divi di Hollywood) e l’approccio erudito di lui per i significanti e le contestualizzazioni (pretende di spiegare il vero intento degli scrittori al di là di ciò che dicono). E questa distinzione tra i due possiamo quindi collegarla al titolo ed applicarla alla totalità del racconto.

E poi Lucas Belvaux, partendo da un romanzo di Philippe Vilain, pare ispirarsi proprio alla scrittura di quei romanzi, sia per quanto concerne la superficie aneddotica che quella ideologica: potremmo anche semplificare dicendo che trattasi della registrazione d’una relazione sentimentale tra due figure appartenenti al monde e al demi-monde, ovviamente traslando il tutto alla contemporaneità delle classi sociali fluide (i primi incontri di breve durata in cui si danno del lei con inusitata naturalezza).

L’ingresso di Kant (al cui filone, secondo Clémente, può riferirsi Jennifer quando parla della differenza tra bellezza e gusto) non fa che avvalorare la tesi che il film meriti un’attenzione particolare e non per mero citazionismo da masturbazione accademica, bensì per capacità di ragionare sulla filosofia attorno alle cose della vita.

Cronaca di un amore che balla tra le sembianze di una commedia romantica da sabato sera coi pop corn (quando Clémente, uscendo dal cinema, chiede a Jennifer “e questo che film è?” è come se interpellasse il pubblico che sta cercando di capire con quale oggetto abbia a che fare) e le spruzzate estemporanee di un finto musical pop-trash (almeno quattro intermezzi in cui Jennifer e le amiche cantano al karaoke, di cui uno indimenticabile con un primo piano da brividi), Sarà il mio tipo? riesce a non essere il melodrammone, che comunque non vuole essere nonostante il memorabile finale a sorpresa, perché si misura con un genere più sottile e probabilmente difficile: il film dei e sui sentimenti, che dura oltre la durata del film, che comincia a trovare (almeno per chi scrive) una sua rielaborazione soltanto con lo scorrere del tempo.

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Abile se non furbo finché si vuole, con quella prima ventina di minuti in cui pare d’essere in un Giù al nord intellò, è però e soprattutto un film sentimentale o un film su un sentimento o un film che è un sentimento.

Portatore di una delicatezza rarissima nelle amorose inchieste che privatamente conducono i due, capace di registrare con purezza antiretorica l’incontro sessuale, delegato disincantato tanto all’eleganza della semplicità (le corse verso gli autobus, gli arredamenti credibili, i vestiti sporchi di sabbia) quanto all’esercizio della crudeltà (l’umiliazione alla festa di paese).

Due personaggi scritti divinamente abitati da attori spettacolari: Émilie Dequenne che consegna il diploma d’attrice in almeno due o tre scene in cui non ha nemmeno bisogno di parlare; e Loic Corbery che è al contempo inetto ed affascinante, gentile e sdegnoso.

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