Shell | Recensione

SHELL (G.B., 2012) di Scott Graham con Chloe Pirrie, Tam Dean Burn, Morven Christie, Iain De Caestecker. Drammatico. ** ½

“Shell” è un termine che gioca sulla sua polivalenza. Essenzialmente significa “guscio”. La consuetudine alle strade ci indica naturalmente qualcosa d’affine alla benzina. “Shell” è anche il nome della protagonista di questo film, che abita accanto alla pompa di benzina che gestisce il padre epilettico.

Sperduti in una Scozia più che desolante, i due, benché silenti se non proprio repressi nel silenzio, sembrano tutto sommato soddisfatti della loro vita lontana dalla comunità degli uomini, che qualche volta fa capolino per servirsi della pompa o per suggerire a Shell l’ipotesi sentimentale di una vita al di là della devozione nei confronti del padre (con cui ha un rapporto tutt’altro che semplice, ad un passo dalla possibilità incestuosa: «non ce la faccio se mi tocchi tutto il tempo»).

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«Almeno qualcuno è felice questo finesettimana», mormora mestamente un cliente abituale affascinato dalla selvaggia ingenuità della ragazza, che solo grazie ad un coetaneo capisce la necessità di andare oltre la convinzione che il silente lessico familiare possa bastare ad una diciassettenne inesperta al mondo.

Ciò che funziona nell’esordio di Scott Graham è la consapevolezza del trauma: tutto quello che pare contribuire all’architettura di un’esistenza tra il metodico e il monotono, è in realtà la preparazione alla dirompenza di un dolore soffocato, che finalmente può farsi storia solo in presenza della certezza di una rottura. Che è l’abbandono, declinato ora con l’ineluttabile angoscia della morte ora con la celata letizia del futuro supposto.

Racconto di formazione sul disperato bisogno d’affetto soprattutto fisico (pieno di corpi che si cercano, si respingono, si accolgono per completarsi), è un film secco e delicato, aspro e malinconico, che fa del silenzio la propria cifra poetica ma anche l’alienante abitante di un film segretamente molesto.

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