Viale del tramonto | Billy Wilder (1950)

Strana gente in quel di Hollywood. Tra cui Norma Desmond, ex diva del muto, che dopo l’avvento del sonoro ha dovuto fare armi e bagagli e rifugiarsi in un villone-mausoleo, dove il lusso regna sovrano e lei stessa venera il suo mito. Al suo servizio c’è un maggiordomo, fedelissimo fino al sacrificio, nonché suo pigmalione e primo marito. L’arrivo di un giovane sceneggiatore belloccio, James, non può che scombussolare la vita della vecchia diva, che ha abbandonato il cinema «io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo».

Fatto sta che il giovane è costretto dalla vecchia a mettere mano al soggetto che ha scritto in anni e anni di esilio  (volontario fino a che punto?), una Salomè eccessiva ed auto celebrativa che anche il grande Cecil B. De Mille, vecchio compagno di lavoro di Norma, si rifiuta di portare sullo schermo. L’attacco micidiale allo smisurato ego della donna non può che provocare un inevitabile epilogo.

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Viale del tramonto è un’opera di alto prestigio, inutile dire che è il capolavoro di Billy Wilder (oppure il capolavoro tra i capolavori di Wilder) e di quasi tutto il cinema americano del dopoguerra. È il film nel quale Hollywood si prende gioco di Hollywood; o meglio, un lucido e amaro ritratto di come la vita può andare oltre il cinema.

L’impeccabile script di Wilder e Charles Brackett scava in profondità, parte da una morte e fa parlare il defunto, un flashback lungo quanto il film accompagnato dalla voce off di Holden, capitato per un caso in un mondo pieno di ombre, autoreferenziale, distratto, decaduto. E la super villa di Norma altro non è che una metafora di un paesaggio dove la morte emerge più della vita, gli esseri inanimati trasmettono tutta la loro soffocata umanità più di coloro che respirano.

Un melodramma passionale, ma anche o soprattutto un inafferrabile noir a tinte fosche, un ritratto spietato di un luogo, Los Angeles, quindi Hollywood, che ha perso la distanza che dovrebbe esserci tra cinema e vita. E non è un caso che la protagonista sia interpretata da Gloria Swanson, il suo maggiordomo dall’ineccepibile Erich von Stroheim, già regista della stessa Swanson, e Cecil B.De Mille si presti al sadico gioco nel ruolo di se stesso.

La Swanson è il facsimile dell’epopea di se stessa: anche lei diva del muto finita nel dimenticatoio come Norma, anche lei una relazione intrecciata e travagliata con von Stroheim, anche lei rapporti lavorativi tutt’altro che facili col regista de I dieci comandamenti. Nel suo ritorno sul grande schermo, s’identifica senza misteri in Norma, trasmettendo tutta la nostalgia per la vecchia Hollywood dove non serviva parlare.

Ed è, per reazione, una recitazione tutta giocata su dialoghi superbi e sguardi inquietanti, un fantasmagorico autoritratto malinconico e nostalgico. Nell’anno di Eva contro Eva, perse un sacrosanto Oscar a favore della pur esimia Judy Hallyday di Nata ieri, in quella che forse è l’annata più splendente per la categoria della miglior attrice protagonista di sempre (su dieci candidatura, il film ne vinse tre: sceneggiatura originale, scenografia, colonna sonora).

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Indimenticabili la partita a bridge tra “manichini di cere”, vecchie stelle del muto in disarmo (tutte nel ruolo di se stesse), tra cui Buster Keaton che pronuncia le sue prime, simboliche, lapidarie, coscienti parole sul grande schermo: «Passo… passo», e la scena finale, la discesa di Norma nel mondo reale, morboso e crudele, che scende le scale credendo di interpretare il tanto agognato film, col maggiordomo-marito-regista che gira la sua ultima scena. Inquietante, grottesco, livido atto d’amore verso il cinema che si confonde con la vita.

VIALE DEL TRAMONTO (SUNSET BOULEVARD, U.S.A., 1950) di Billy Wilder, con Gloria Swanson, William Holden, Erich von Stroheim, Nancy Olson, Cecil B. De Mille, Hedda Hopper, Buster Keaton. Mélo noir. *****

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