Il gigante | George Stevens (1956)

Non è un autore dalla cifra riconoscibilissima George Stevens, regista di molti campioni d’incassi del cinema di mezzo secolo fa, curiosamente vincitore di due Oscar personali senza ottenere anche quelli per il miglior film. Eppure i due film grazie a cui ha ricevuto le statuette sono i tipici film da alloro massimo e non tanto da menzionare per la regia, pur diligente, puntuale ed ispirata.

Il primo riconoscimento l’ottenne per Un posto al sole, clamoroso melodramma che resta il suo capo d’opera, e ci può stare. Il secondo arrivò con Il gigante, duecentouno minuti in cui accade di tutto e forse non accade niente, in cui Stevens non sa trovare perfettamente la quadra nell’equilibrio tra drammone familiare ed epica sudista.

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Partendo da un romanzo di grande successo di Edna Ferber, che si concentra sulla trasformazione di uno stato (il Texas, cioè il gigante del titolo) sospeso tra l’arcaico attaccamento alla terra e le spinte capitalistiche all’accumulo di danaro e potere, ecco a voi la risposta della società dei consumi a Via col vento nonché il punto di raccordo tra quel mondo lì e la serialità televisiva che verrà.

Eppure Stevens, pur muovendosi con elegante zelo tra la magione e la terra, non coglie bene l’importanza di un soggetto del genere, tappa finale del genere ed ultima saga familiare possibile (prima dell’estremo, terminale, disperato A casa dopo l’uragano di Vincente Minnelli), preferendo un approccio un po’ prevedibile nel rappresentare gli stereotipi che contiene sia la storia in sé che il genere a cui appartiene (il melodramma epico-familiare).

Riesce a captare un interesse che non sia limitato alla grandeur sudista solo quando il suo talento si scioglie in episodi intimi che affascinano il lirico Stevens. Si prenda il momento di massima ispirazione registica: la morte della grande Mercedes McCambridge, deus ex machina della storia, che scompare troppo presto lasciando il ricordo di una sorella più acida che cattiva (comunque meno infernale della indimenticabile Emma di Johnny Guitar).

La sua dipartita avviene in campo lungo, in penombra, forse nemmeno si vede l’istante esatto della morte, tuttavia funziona meravigliosamente per la capacità di evocare qualcosa di difficilmente filmabile all’epoca se non con rapidi stacchi di montaggio e abile perizia artigianale.

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Il resto rientra né più né meno nei canoni del genere, trovando un trait d’union con le foglie che voleranno al vento nei ranch di Douglas Sirk: un cocktail non shakerato con dosi massicce di petrolio, polvere e bourbon che si fanno costanti di una sceneggiatura circolare e poco ellittica (in cui trovano spazio anche schermaglie familiari sull’educazione e sul destino dei pargoli ed elementi di cinema civile in salsa hollywoodiana, cioè il tema del razzismo e dell’integrazione dei messicani).

Pur piacendo molto da sempre per la sua sintesi fluviale di amori ideali (Liz Taylor e Rock Hudson) ed amori impossibili (Liz e James Dean), di vaghissime allusioni pedofile (Dean e Carroll Baker) ed omissioni maliziose (McCambridge e Dean), la sua fama è cresciuta a dismisura perché ultimo film di Dean, il cui personaggio complesso e contraddittorio avrebbe necessitato di maggiore respiro narrativo. Lui è comunque larger than life per l’imperfezione malata della sua recitazione perfetta.

L’ultima parte della storia, dominata dai fantasmi del suo cuore ferito a morte, non funziona del tutto anche a causa di un invecchiamento (di tutti i protagonisti) a dir poco incredibile. E il film si conclude come dovrebbe con razionale lucidità ma non come si vorrebbe nelle stanze più sporche dei nostri cuori consumati, con il trionfo della famiglia riunita per sempre e con la consapevolezza che un mondo è finito (quante ne abbiamo viste/ora possiamo goderci la vecchiaia/che malinconia) e un altro sta per cominciare nostro malgrado (il fast food, triste teatro dell’ultima grottesca scazzottata).

IL GIGANTE (GIANT, U.S.A., 1956) di George Stevens, con Rock Hudson, Elizabeth Taylor, James Dean, Mercedes McCambridge, Carroll Baker, Sal Mineo, Dennis Hopper, Rod Taylor. Mélo. ****

Un pensiero riguardo “Il gigante | George Stevens (1956)

  1. […] Forse un po’ in anticipo sui tempi, oggi mi appare un luminoso e dannato esempio di un cinema ormai impossibile (se non proprio il Beatty di L’eccezione alla regola), splendidamente respingente nel definire un paesaggio emotivo più desolato che desolante. Fu un flop commerciale senza appello che chiuse la carriera del grande regista – ritiratosi, sarebbe morto cinque anni più tardi – e non aiutò quella della diva, con cui aveva condiviso i grandiosi Un posto al sole e Il gigante. […]

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