Un posto al sole | George Stevens (1951)

Michael Wilson non poté ritirare l’Oscar per la miglior sceneggiatura: era stato inserito nella lista nera di Hollywood, come molti altri esimi scrittori, e al posto suo fu messo un prestanome. L’idiozia del maccartismo ha ucciso una generazione di artisti da un punto di vista pubblico. Oltre al maccartismo, il fantasma che aleggia nel film, che ha assicurato un meritatissimo Oscar a George Stevens, è quello del Codice Hays: come ha potuto realizzare un film che pone sostanzialmente al centro dell’attenzione il sesso senza mai mettere direttamente il coltello nella piaga?

La spiegazione indiretta sta in una scena a suo modo memorabile: mentre Montgomery Clift (stupendo) è sul motoscafo con Elizabeth Taylor (favolosa) e compagnia, una solitaria radio sul molo riferisce sugli ultimi sviluppi del delitto di Shelley Winters (mirabolante) ad opera di Clift (anche se in realtà l’uomo non ha tecnicamente commesso l’omicidio, per quanto lo desiderasse).

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È una scena che rende bene l’idea di cosa volesse comunicare Stevens con una raffinatezza che rasenta la stilizzazione: a colpi di immagine sfumate nel bel mezzo delle sequenze, propone una struttura quasi a doppio livello in cui conta sia la scena principale che le possibili connessioni con la scena in questione derivanti da una frase pronunciata da un personaggio o dallo stato d’animo inespresso dello stesso.

Ambiguo e dettagliato, è un mèlo che riesce al contempo ad essere raggelato e caldissimo, incentrato sull’ambizione cinica e romantica di un figlio di un dio minore (i suoi poveri genitori, imparentati con i ricchissimi industriali che lo accolgono in fabbrica, officiano una religione protestante) alle prese con l’apprendistato alla vita: gli va male, e forse il castigo è rapportato più all’idea del delitto che al delitto in sé.

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Come se Wilson e il suo collaboratore Harry Brown volessero condannare eticamente il loro problematico antieroe (anche se all’origine c’è il romanzo Una tragedia americana) prima degli altri: ma il pubblico di riferimento desiderava un’assoluzione per veder ricongiunti Clift e Taylor o preferiva emettere un giudizio morale? Delitto e castigo con non pochi dubbi, è soprattutto per questo motivo (l’amore impossibile) che ha fatto versare fiumi di lacrime a generazioni di spettatori: c’è un addio struggente in galera, poco prima del patibolo.

UN POSTO AL SOLE (A PLACE IN THE SUN, U.S.A., 1951) di George Stevens, con Montgomery Clift, Elizabeth Taylor, Shelley Winters, Anne Rever, Fred Clark, Raymond Burr. Noir mélo. ****

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